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sabato 26 novembre - Aggiornato alle 10:41

Perugia, dal ‘buio’ dei caravaggeschi alla luce della sala Lippi: in mostra i «Tesori» della Fondazione

La sala Lippi con al centro una croce di Ruzzolone (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

Dal ‘buio’ dei caravaggeschi alla luce della sala Lippi, in cui campeggia una grande croce del siciliano Pietro Ruzzolone, fino alle sale che ospitano Matteo da Gualdo, che Federico Zeri chiamava il «Modigliani della provincia», Perugino, Signorelli, Pomarancio e altri artisti meno noti al grande pubblico. Aprirà i battenti ufficialmente domenica «I tesori della Fondazione Cassa di risparmio di Perugia e il caravaggismo nelle collezioni di Perugia», ospitata a palazzo Lippi Alessandri, in corso Vannucci, fino al prossimo 20 novembre. Venerdì c’è stata l’anteprima per la stampa, guidata nelle sale dal Francesco Federico Mancini, professore di Storia dell’arte moderna all’Università di Perugia e curatore dell’esposizione.

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Rilevanza nazionale «È una mostra – ha detto – che ha rilevanza nazionale e che dimostra come la Fondazione abbia fatto nel corso del tempo un collezionismo mirato in ogni passaggio». In tutto sono circa 60 le opere: il blocco principale è quello rappresentato dalla collezione, mentre dieci riguardano una selezione dei dipinti caravaggeschi appartenenti a collezioni pubbliche e private. Sette le sezioni nelle quali è stata divisa la mostra che oltre ai nomi già citati vanta anche quelli del paesaggista perugino Pietro Montanini, Francesco Allegrini, Gian Domenico Cerrini (anch’egli perugino, in tutto sette le opere acquistate dalla Fondazione), Giovanni Baglione, Federico Zuccari, Ippolito Borghese, Valentin de Boulogne e altri ancora.

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Sette sezioni Il percorso proposto da Mancini inizia da quella che era la sala del consiglio generale della Fondazione, dove sono esposte undici opere di ambito caravaggesco, con gli puntano subito sull’enorme «Fuga del giovane nudo» di Giusto Fiammingo. Qui, oltre a tele con venature più classiciste come il Dedalo e Icaro di Riminaldi, anche i due Valentin de Boulogne della Galleria nazionale (presto voleranno al Met di New York che ospiterà una monografica). In sintesi, un affresco di come la lezione di Caravaggio sia stata recepita. Pochi passi più in là si apre una sorta di piccolo boudoir dedicato all’iconografica francescana, dove è da segnalare il piccolo San Francesco in meditazione del Guercino. «Anche in questo caso – sottolinea Mancini – si nota che la non ci sono stati accumuli casuali».

Pomarancio e Baglione Nella sala seguente spazio ad alcune pale d’altare, con il pezzo forte che è probabilmente la splendida Madonna con bambino del Pomarancio, all’interno della quale sono dipinti anche coloro che la commissionarono nel 1608, ovvero i fratelli Castagni. Accanto a essa il Martirio di Santa Cateria (attribuito grazie allo stemma alla famiglia di Taddeo e Federico Zuccari), due dipinti di Giovanni Baglione (autore anche di quelle «vite de’ pittori, scultori et architetti» dove non risparmia critiche assai dure a Caravaggio), tra cui un autoritratto giovanile e un San Costanzo commissionato da Costanzo Barzi. Varcata la porta si entra nello spazio dedicato alle opere di Cerrini, un protagonista della pittura barocca che ha lavorato per molti importanti famiglie e committenti a Firenze e a Roma; opere che in sintesi descrivono l’intero percorso artistico del pittore perugino.

Rinascimento Dopo questa sezione c’è quella, dedicata al «Rinascimento in Umbria», in cui sono esposte alcune delle opere più belle dell’intera collezione. Qui c’è l’espressionismo e il patetismo della Deposizione nel sepolcro di Niccolò di Liberatore detto l’Alunno, un paliotto di Matteo da Gualdo e, sempre del «Modigliani della provincia italiana», quello che Mancini classifica come il suo capolavoro, ovvero la Vergine Assunta tra i santi Tommaso e Sebastiano. Protagonista assoluta della sala anche la Madonna con bambino e due cherubini, piccola tavola del Perugino acquistata dalla Fondazione nel 1999. Per concludere, il martirio di Santo Stefano di Signorelli acquistato da un collezionista veronese e una Madonna con Bambino e San Giovannino comprata a Vienna nel 2007 a un’asta.

Domenica l’inaugurazione Come accennato poi nella sala Lippi campeggia la croce opistografica, cioè dipinta davanti e dietro, del siciliano Pietro Ruzzolone, databile tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento: di fronte un Cristo crocifisso con, alla base, vicino al sangue che sgorga dalle ferite, un paesaggio rigoglioso che allude alla resurrezione; Cristo risorto che appare proprio sull’altro lato dell’opera. Tutt’intorno, lungo i musi della sala in stile liberty dove si svolgevano le operazioni bancarie, paesaggi e nature morte. Tra i primi, da annoverare quelli del perugino Pietro Montanini e dell’eugubino Francesco Allegrini, entrambi vissuti tra gli anni ’20 e gli anni ’70 del Seicento. Il catalogo, che ospita gli interventi di Carlo Colaiacovo, presidente della Fondazione, Vittorio Sgarbi (che domenica mattina alla sala dei Notari sarà presente all’inaugurazione con Ilaria Borletti Buitoni) e Mancini, è edito da Aguaplano. L’ingresso è gratuito e la mostra sarà aperta dal martedì al venerdì dalle 15.30 alle 19.30 e il sabato e la domenica dalle 11 alle 20.

Twitter @DanieleBovi

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