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«Perugia 1416», in 200 all’assemblea de «La città di tutti»: «Come se l’Italia festeggiasse Caporetto»

Il tavolo dei relatori (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

«Festeggiare Braccio? Come se l’Italia decidesse che il suo giorno di festa è quello di Caporetto». Le parole sono di Alberto Grohmann, per lunghissimo tempo professore di Storia economica all’Università di Perugia e tra i più profondi conoscitori della storia cittadina, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Grohmann insieme a Giancarlo Baronti (professore di Storia delle tradizioni popolari a Perugia), all’autore televisivo e scrittore Enrico Vaime, perugino, all’ex assessore regionale alla cultura Fabrizio Braccio, allo storico Attilio Bartoli Langeli e a Renzo Massarelli, presidente de «La città di tutti», ha preso parte venerdì pomeriggio a una partecipata assemblea (circa 200 i presenti) organizzata dall’associazione a palazzo Cesaroni. Al centro del discorso, ovviamente, «Perugia 1416», la manifestazione alla quale il Comune darà vita l’11 e il 12 giugno e il titolo dato all’incontro, «Ritorno al passato», fa capire quale sia il giudizio degli oratori.

FOTOGALLERY: L’ASSEMBLEA

Grohmann La riflessione di Grohmann parte da un caposaldo della storiografia sul tema dell’uso della storia per creare ‘narrazioni’ più o meno condivise, per legittimare gerarchie sociali o istituzioni, ovvero «L’invenzione della tradizione» di Hobsbawm e Ranger. «Nelle fasi di crisi – ha detto – ci si inventa la tradizione per distrarre le persone dal presente. Solo i poteri forti hanno avuto questa ‘mania’». Il giudizio del professore è fortemente negativo: «Il Rinascimento – ha spiegato – è stato il periodo dello splendore sì, ma per l’arte. A Perugia c’era il Perugino ma quella era una città che viveva un’età di povertà e di crisi». Al centro delle riflessioni di molti c’è una città, Perugia, che aspira a essere moderna, internazionale, colta, aperta e proiettata verso il futuro; una città dove «Perugia 1416» non dovrebbe trovare spazio. «Dove non esiste una dimensione, una presenza internazionale – ha ricordato Baronti – una manifestazione del genere è comprensibile, non a Perugia che continua a mantenere il suo profilo internazionale, nonostante un’incapacità a pensarla come tale. La città non si merita questo ostentato provincialismo».

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Modelli usurati Secondo Baronti «siamo di fronte a modelli usurati che ci mettono alla stregua di piccole città come Bastia, Foligno o Narni. Si pensa a portare i turisti, ma una politica culturale è altro ed è fatta in primis per chi vive qui. “Perugia 1416” è un qualcosa di sterile che non porterà niente di nuovo». Nelle parole di Grohmann poi risuona l’eco di una Perugia che è sì una «media città, ma in cui quando la scelsi potevo respirare l’aria di quelle grandi, dove si potevano conoscere culture ed entrare in contatto con il mondo; una città che non ha bisogno di questo strapaese. Sono soldi buttati via e se proprio Perugia per forza sente il bisogno di ricordare una data, c’è il 20 giugno del 1859, ma anche del 1944 quando i nazisti lasciarono la città». Bartoli Langeli ha fatto un lungo excursus in cui ha ripercorso gli anni che hanno portato alla conquista della città da parte di Braccio: «Con lui – ha detto – si pone fine al Comune di popolo. È una manifestazione provinciale e nostalgica e mi chiedo se dietro di essa non si nasconda una sorta di nostalgia per l’uomo forte. L’obiettivo di oggi è far capire che buona parte della città è contraria».

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Vaime e Bracco Di «Perugia 1416» si discute molto anche perché tocca una corda importante e delicata come quella dell’orgoglio e dell’identità. «E quando questa veniva ridefinita in età risorgimentale – ha ricordato Bracco -, si scelse di rappresentare sul sipario del teatro Morlacchi il trionfo di Biordo Michelotti». L’ex assessore poi torna sul profilo di una Perugia che molti decenni fa, «mentre nelle altre città dell’Umbria, che peraltro hanno scelto eventi unificanti e non divisivi, si pensava alle rievocazioni, dava vita alla Sagra musicale, a Umbria Jazz e a molto altro ancora». Bracco si chiede poi, pensando allo slogan della manifestazione («Il risveglio della città») «del risveglio di quale città parliamo. Di quella attuale o di quella del passaggio tra Medioevo e Rinascimento?». Di «evento di colore», più che culturale, ha parlato invece Vaime al quale la figura di Braccio non piace: «Disprezzo – dice – il suo combattere per i soldi e per se stesso. Perugia non lo voleva e lo ha subito. Tra l’altro – scherza – i perugini neanche piazza Fortebraccio la chiamano così bensì piazza Grimana». Insomma, gli eroi perugini per Vaime sono altri: «Penso – conclude – a Capitini, a Binni, a Mario Angeloni, a Bonazzi e a molti altri».

Twitter @DanieleBovi

3 risposte a “«Perugia 1416», in 200 all’assemblea de «La città di tutti»: «Come se l’Italia festeggiasse Caporetto»”

  1. S.G. ha detto:

    Non vorrei contraddire ad ogni costo, ma mi sembra doveroso farlo. Intanto le cifre, dalle foto si vede che la sala contiene 7-8 file di 12 sedie ciascuna, fanno al massimo 96 posti a sedere, più una trentina di persone sui lati e in fondo alla sala e i relatori. Non più di 130 persone, 140 a dirla grossa ma non certo 200.
    E poi…largo ai giovani. Età media 70 anni, questi sono i coetanei di Braccio che si sono radunati perché invidiosi per non essere stati celebrati anche loro!
    Insomma, mi sembra che si voglia a tutti i costi sparlare di questa rievocazione, portando a pretesto motivazioni storico-scientifiche che potranno anche essere solide, ma di sicuro alla maggior parte dei perugini non interessano. Mah!

  2. Mario Ascheri ha detto:

    A Siena hanno riesumato il Capodanno medievale dell’incarnazione con una cerimonia del tutto formale…quest’anno hanno invitato la Presidente della Rai discorso sotto la Maestà di Simone e poi chiarine e tanto raccolto autocompiacimento….le cerimonie le sappiamo fare come il palio… basta non interrogarsi sulla distruzione della città

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