sabato 19 gennaio - Aggiornato alle 03:10

Orvieto, il Fanum Voltumnae restituisce un tempio di grandi dimensioni e una testa in terracotta

L'area del Fanum Voltumnae

Un tempio di grandi dimensioni e una testa maschile in terracotta (in origine policroma), a grandezza naturale e su base dello stesso materiale, che secondo i primi accertamenti potrebbe identificarsi con Voltumna, divinità suprema del pantheon etrusco: sono alcuni dei nuovi ritrovamenti archeologici avvenuti a Orvieto nell’area di scavo del Fanum Voltumnae, il grande santuario federale degli Etruschi risalente al VI secolo avanti Cristo. Ad annunciare i nuovi ritrovamenti è, in un comunicato, la direttrice degli scavi, la professoressa Simonetta Stopponi dell’Università di Perugia che venerdì a Carmignano (in provincia di Prato) terrà una conferenza sui grandi santuari del mondo antico, nell’ambito del ciclo di incontri organizzato dal Museo etrusco di Artimino. Nella stessa sede di scavo a Orvieto, è scritto nella nota, è stato scoperto anche un tratto della via sacra che conduceva al tempio.

Ritrovamento importante «La testa – spiega Stopponi – è molto bella e ben conservata. È un ritrovamento importante così come quello del tempio, che misura 12 metri per 18. Finora non sono state rintracciate iscrizioni, ma stiamo ancora scavando e contiamo di trovare presto altro eccellente materiale. Sarà invece problematico far riaffiorare l’intera strada sacra. Sul percorso si trova infatti una villa privata la cui costruzione ha certo compromesso l’integrità della zona». Il Fanum Voltumnae si trova in località Campo della Fiera, l’area pianeggiante a ovest del pianoro di tufo su cui sorge Orvieto. Il nome deriva dall’essere stata sede di fiere e mercati periodici per secoli, epoca romana compresa, fino al 1384, l’anno della peste nera che spopolò città e campagne.

Primi scavi nel 1876 Nel 1876 i primi scavi archeologici restituirono resti di strutture murarie in tufo e furono recuperate pregevoli terrecotte architettoniche oggi al Pergamon Museum di Berlino. Nel 2000 le indagini sono riprese anche sulla spinta di studi più recenti secondo i quali il mitico Fanum Voltumnae, massimo santuario del popolo etrusco, doveva trovarsi proprio a Campo della Fiera. Inutilmente cercato fin dal Quattrocento, il Fanum era il luogo delle riunioni annuali dei rappresentanti della lega delle dodici città etrusche. Gli scavi orvietani di Campo della Fiera sono a cura dell’Università di Perugia su concessione ministeriale e vengono finanziati dalla Fondazione Cassa di risparmio di Orvieto

Una replica a “Orvieto, il Fanum Voltumnae restituisce un tempio di grandi dimensioni e una testa in terracotta”

  1. Alberto Palmucci ha detto:

    IL “FANUM VOLTUMNAE ” (TEMPIO DEL DIO VERTUMNO – VOLTUMNA) ERA A
    TARQUINIA (CENTRO DELLA FEDERAZIONE ETRUSCA) ERA SUL LUOGO DELLA NASCITA DI TAGETE

    Tito Livio scrisse che il luogo dove avvenivano le riunioni federali degli Etruschi era il Fanum Voltumnae (tempio di Voltumna). Egli è l’unico storico che menziona questo Fanum. Egli però non spiegò dove fosse il Fanum. Con ciò egli ubbidiva a quella che i Romani chiamavano la “DAMNATIO MEMORIAE”, cioè in pratica la condanna al silenzio assoluto su personaggi, avvenimenti e luoghi che a loro non piacevano. Livio però menziona almeno l’esistenza del Fanum, e da buono storico non lo avrebbe fatto se non fosse stato certo della sua esistenza e, con ciò, della sua ubicazione. E’ comunque da escludere che egli sapesse o intendesse che il Fanum fosse a Volsini. Egli, infatti, in altra occasione (X 37) parlerà di Volsini, Perugia ed Arezzo, e le presenterà tutte insieme come tre distinte “capitali d’Etruria”, ognuna del proprio singolo Stato: “Tres validissimae urbes Etruriae capita: Vulsinii, Perusia, Arretium”. Lo stesso significato ha “caput”, cioè capitale del proprio singolo Stato etrusco, quando Valerio Massimo (IX 9), parlando di Volsini, scrisse che “Caput Etruriae habebatur”. Ma ciò che esclude nettamente Volsini dal Fanum Voltumnae di cui parla Livio è quanto segue.
    Egli riferisce che agli inizi del IV sec. a.C. Camillo ha già liberato Roma dai Galli, e la città sta combattendo contro genti limitrofe. Roma ha incorporato nel proprio Stato quello di Veio (396 a.C.) e di Capena (395 a.C.), ha stretto ufficialmente alleanza con Cere (396 a.C.), Sutri e Nepi; ha stipulato poi con Faleri una pace indeterminata (394 a.C.) e ne ha stipulata un’altra di venti anni con i Volsiniesi e i Sappianti 391a.C.). Ma, dice Livio, gli Etruschi non sono tranquilli: Roma è ora sui confini di Tarquinia, e può attaccarla in qualunque momento. A questo punto, stando a quanto dice Livio, a Roma, nel 389 a.C.
    “si venne a sapere attraverso i mercanti che al Fanum Voltumnae s’era formata una Lega militare (coniuratio de bello) dei prìncipi di tutti i popoli d’Etruria” (Livio, VI 2).
    Noi osserviamo subito che quella lega non era formata da tutti i prìncipi d’Etruria: mancavano almeno quelli dei popoli che abbiamo appena menzionato, compresi i Volsiniesi che tre anni prima (nel 391 a.C.) avevano stretto con Roma un trattato di pace di venti anni. Se poi, come riferisce Livio, questa lega militare s’era composta durante uno dei i conicili federali che si tenevano al Fanum Voltumnae (Tempio di Voltumna), questo Fanum Voltumnae non era di certo a Volsini ch’era in pace con Roma, bensì verosimilmente a Tarquinia come noi abbiamo più volte e con altri argomenti sostenuto.
    Nell’Eneide (VIII, 597 ss.) invece, Virgilio dice che Tarconte (il fondatore di Tarquinia) riunisce presso la foce del fiume Caeritis (identificato con il Mignone presso Còrito “Tarquinia” da Servio e da Elio Donato) l’esercito e la flotta federali etruschi coi loro capi. Inoltre Dionigi di Alicarnasso (III 73) scrisse che gli Etruschi riconobbero Tarquinio Prisco (re di Roma che veniva da Tarquinia) come capo della loro Federazione, e così gli inviarono a Roma le insegne etrusche del potere federale. Strabone (V, 2), poi, specificò che fu da Tarquinia che al tempo di Tarquinio Prisco le insegne del potere furono trasportate a Roma.
    Sul piano storico, è poco probabile che un re di Roma, come tale, abbia rivestito contemporaneamente la carica di re di Roma e di capo della Federazione Etrusca. Tuttavia, le tradizioni riferite da Dionigi e da Strabone sono evidentemente il riflesso di un momento storico in cui i Tarquiniesi avevano sia il controllo di Roma che quello della Lega Etrusca.
    Secondo poi una tradizione romana, Tarconte, fondatore eponimo di Tarquinia, ne arava i campi quando vide emergere dalla terra un divino bambino di nome Tagete. Al grido di meraviglia e richiamo di Tarconte, tutti i capi delle dodici città della Federazione Etrusca convennero sul luogo. Qui, a Tarquinia, allora, Tagete rivelò a Tarconte e ai dodici capi presenti i segreti dell’aruspicina e prescrisse tutte le norme che dovevano regolare la vita della Nazione (Cicerone, Divinazione, II 50-51; Strabone V, 2; Flacco, in Festo, s.v. Tages; Censorino, IV, 3; Commento Bernense a Lucano, I, 636; G. Lido, De Ostentis, II, 6 B). Tutto questo trova corrispondenza nei graffiti del famoso etrusco Specchio di Tuscania (IV-III sec.a.C.) dove si vede il “giovane Tagete (pava Tarchies)” che trae gli auspici da un fegato aruspicino: ciò alla presenza pensosa del “Vecchio Tarconte (Avle Tarchunus)” e di altri. Accanto a Tagete, si vede il dio “Veltumna (Veltun)” che lo guarda compiaciuto. E’ ovvio che per gli Etruschi il Fanum Voltumnae (tempio o luogo sacro a Voltumna) dove convennero tutti e dodici capi delle loro città federate era a Tarquinia sul sito della nascita e della rivelazione di Tagete.
    Quando Roma sottomise Tarquinia, il ruolo di centro federale, limitato alle città dell’Etruria settentrionale ancora indipendente, fu forse momentaneamente svolto svolto da Volsini. Quando, poi, il console Flaminio, nel 264 a.C., sottomise anche questa città, egli stesso trasportò a Roma una statua di Vertumnus (Festo, s.v. Picta; Properzio IV 2). Il culto del dio però preesisteva a Roma sul colle Palatino già dal tempo di Romolo. Varrone disse infatti che il culto di Vertumnus fu introdotto a Roma ad opera degli etruschi di Celio Vibenna venuti in aiuto di Romolo contro Tito Tazio. Lo stesso Tito, poi, divenuto regnante assieme a Romolo, eresse al dio un’ara sul colle Aventino (Varrone, “De Lingua Latina” V 46; 74). Nel “Vicus Tuscus” infatti esisteva una statua la cui base è stata oggi ritrovata (CIL VI 804). Il poeta latino Properzio (IV 2), infine, fece dire al dio d’aver assistito a Roma all’arrivo di Lucumone (Tarquinio?) venuto in aiuto di Romolo contro Tito Tazio.
    Dopo che i Romani ebbero sottomesso anche Volsini, altre città, come Chiusi, poterono assumere via via il ruolo di centro federale per l’Etruria settentrionale; ma, completatasi l’occupazione romana, Tarquinia dovette nuovamente estendere il suo primato sull’intera nazione. E’ qui infatti che ancora ritroviamo le tombe di personaggi presidenti della Federazione; ed è qui che i Romani istituzionalizzeranno la vecchia scuola di aruspicina nel Collegio Federale dei Sessanta Aruspici dove ognuno dei prìncipi delle 12 città federate doveva inviare i propri figli a studiare (Cicerone “Leggi” VI 9; 21; “Divinazione” I 92; Tacito “Annali” XI 15; Valerio Massimo I,1). Nei rilievi del cosiddetto Trono di Claudio, eretto dagli Etruschi di Cere, sono rappresentati i dodici popoli della Federazione; e Tarquinia, personificata da Tarconte (o da Tagete) che ha in mano i Libri Tagetici, occupa ancora il primo posto della rassegna.
    La TABULA PEUTINGERIANA (IV sec. d.C.), che è una carta geografica romana d’epoca imperiale, pone Tarquinia al centro delle grandi vie di comunicazione; inoltre, mentre ogni altra città, Volsini compresa, è rappresentata con due torrette, solo Milano (capitale dell’Impero Romano di Occidente) e Tarquinia (capitale dell’Etruria) lo sono da due torrette poste su un piedistallo.
    La città, peraltro, era la sede del Consularis Tusciae. Qui troviamo la sepoltura del Praetor Etruriae P. Tullio Varrone (CIL 3364). Dagli Acta Santorum (9 agosto), poi, sappiamo che, attorno al 250 d.C., Secondiano fu inviato da Roma a Centumcellae (Civitavecchia) e a Colonia (Gravisca), il porto di Tarquinia, dove fu processato perché cristiano e giustiziato da Marco Promoto, Consularis Tusciae, la cui residenza era evidentemente Tarquinia. Il martire su sepolto in Colonia. A Tarquinia, dove il santo divenne patrono, se ne conserva ancora un braccio. Un governatore della Tuscia e dell’Umbria, poi, sotto Diocleziano, veniva chiamato Tarquinius, nome che può essere indicativo della città dov’egli svolgeva la sua funzione (L. Cantarelli, La diocesi italiciana, 1964, p, 116).
    Nel museo di Tarquinia c’è un vaso etrusco di fine VIII sec. a.C., proveniente dalla vicina necropoli dei Monterozzi, con dedica a Vertun (lat. Vertumnus). Nel famoso specchio di Tuscania (IV sec.a.C.), poi, è graffita una scena, ambientata a Tarquinia, dove si vede Tarchies (Tagete) che alla presenza di Tarconte (fondatore di Tarquinia) legge nel fegato aruspicino. Accanto a Tarchies c’è il dio Veltumna (“Veltun” forma recente di “Vertun”). Evidentemente Tarquinia, era il centro delle coordinate cosmiche che Tarchies leggeva nel fegato aruspicino.
    Alberto Palmucci

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