giovedì 25 maggio - Aggiornato alle 23:52

«Niente suicidi e spazio a tutti»: la lezione Brunori ai ‘ragazzi’ che diventavano giornalisti

Intervista di Claudio Sampaolo al maestro di decine di cronisti umbri: «Ho insegnato onestà e correttezza al costo di pestare i piedi agli amici»

Bruno Brunori

E’ mancato mercoledì, all’età di 83 anni, Bruno Brunori, giornalista di lungo corso alla cui scuola sono cresciuti gran parte dei giornalisti perugini. Uomo solare, ma difficilmente propenso ad aprire la porta del suo intimo, alcuni anni fa concesse una lunga intervista a Claudio Sampaolo, allora a “Il Giornale dell’Umbria”. La riportiamo qui di seguito come testimonianza e ricordo di Bruno.

di Claudio Sampaolo

“Ciao ragazzo”. Per Bruno Brunori siamo e saremo, sempre e comunque, “i ragazzi”, noi che abbiamo avuto la fortuna di cominciare questo lavoro con lui, con “il Brunori”, che negli anni ’70 era il potente e tostissimo capo della redazione de La Nazione, gentile e sorridente, ma inflessibile con tutti. Un maestro che non aveva bisogno di bacchettare o alzare la voce.

Per cui passare attraverso la porta all’ultimo piano di Piazza della Repubblica, rumorosa e cigolante come un maggiordomo che annuncia chissà chi, ci procurava ogni volta una scarica di adrenalina. Chissà che cosa dirà? Che dovremo fare? E questa porta maledetta? Un po’ d’olio no, eh?
La Nazione era il vero quarto potere di Perugia, non aveva rivali in edicola e contava. Le copie pesavano. In quelle stanze il giovane cronista ha visto passare uomini famosi e potenti col cappello in mano; Bruno, invece, in mano aveva sempre dei fogli, le “cartelle” con gli articoli scritti a macchina, comandava ma lavorava, dettava all’uomo della telescrivente (Fernando Brogioni, un mito), si divertiva.

Roba di 35 anni fa, ma Bruno, che nel frattempo, per non farsi mancare niente, continua a lavorare come direttore del settimanale “Umbria Settegiorni”, nonostante un pesante intervento chirurgico e la dialisi giornaliera (“invece di andare a pranzo vado all’ospedale per due ore, poi torno al lavoro…”) è sempre uguale. Analitico e serio, molto poco uguale al cliché dei toscani battutisti per forza, lui che è nato a Pisa, ma a Perugia vive da 40 anni, dall’8 marzo 1969.

Si siede, ordina a modo suo di fare un paio di correzioni sulle bozze del settimanale. Congiunge le mani: “Ragazzo, cosa vuoi sapere?”.
La tua storia, Bruno. Avremmo voluto dire “la sua storia, dottor Brunori”, usando il lei timoroso dei primissimi tempi, ma questo mestieraccio ha il pregio ed il difetto di annullare ogni barriera e dunque si va avanti. Anzi, si parte.

“Quando ho capito che avrei fatto il giornalista? Alle medie. Andavo a scuola all’oratorio e già facevo un giornaletto, scritto a mano, con il quale prendevo in giro i preti. Mai andato d’accordo con loro…”.

Brunori che non va d’accordo con qualcuno e lo dice persino? Stranissimo. Il metodo-Brunori, spazio a tutti, non era stato ancora inventato?
“Ero un bimbetto….Poi alle superiori fondai “Il Ficcanaso”, stavolta scritto a macchina e diffuso classe per classe. E sicché, visto che ci sapevo fare, a 16 anni entrai nella redazione di Pisa de La Nazione. Era il 1950. Non ho più smesso”.

A 16 anni cosa facevi, l’elenco dei cinema?
“No, ebbi subito una rubrica, si chiamava Panorama, ma di critica cinematografica. Poi assieme ad altri giovani facemmo quelle che oggi si chiamerebbe un pool d’inchiesta. Lo chiamavamo l’ufficio indagini. Scoprimmo che c’era una organizzazione che raccoglieva le cicche del sigarette, dai portacenere del cinema, dei teatri, degli ospedali e poi le portava in Liguria dove il tabacco veniva lavato, ribollito e ripulito per farci sigarette di contrabbando. Ci bloccò il direttore, Enrico Mattei, spiegandoci che eravamo arrivati a toccare interessi troppo grossi. Avemmo anche minacce e tutto finì li. Mattei era un grande direttore. Inventò il pastone politico, era disponibile a parlare con tutti, anche con gli ultimi arrivati. Il problema è che riceveva solo a pranzo o a cena, al ristorante Le Logge di Firenze, dove non eravamo mai meno di 20-30 per volta. La possibilità di andare oltre una battuta era pari a zero….”.

Che cosa ti hanno insegnato i direttori che hai avuto?
“Alfio Russo il metodo, Mattei la fantasia e la creatività, Bartoli il rigore morale”.

A noi dicevi sempre due cose: non mettete i suicidi e date spazio a tutti, chiunque scrive ha diritto ad essere pubblicato. La pensi sempre così?
“Più che mai. Chi si suicida sta male. Non bisogna parlare di malati e soprattutto stimolare spirito di emulazione. Quanto al resto, perché ti meravigli? Dare spazio a tutti è l’essenza della democrazia e del giornalismo. Allora poi eravamo l’unica voce dell’Umbria. ..”.

Prima di arrivare a Perugia ti sei fatto le ossa in Toscana…
“Da Pisa mi mandarono a Pistoia, e poi a Carrara, ma in mezzo ho avuto una esperienza importante all’estero, come freelance, a Parigi durante il ’68 ed a Bruxelles l’anno dopo. Con molti sacrifici, perché pur di restare lì, per potermi mantenere, feci anche dei lavoretti per arrotondare. Persino l’uomo-sandwich. E senza vergogna. A Parigi era scoppiato il ’68, figurarsi se mollavo. Conobbi e intervistai tutti i capi della rivolta, principalmente Daniel Cohen Bendit, che poi ho rivisto più volte in Toscana…”.

A Carrara, poco più che trentenne, eri già il Capo…
“Si, ma facevo pure il cronista. Una delle esperienza più belle della mia vita e della mia professione. La mattina alle 5 davanti alla redazione mi aspettavano i cavatori di marmo, quasi tutti anarchici, e gli spazzini. Prima di andare al lavoro avevano piacere a discutere con me di politica, dei fatti del giorno. Poi un bel bicchiere di rosso e via, cominciava la loro dura giornata. Io aprivo la redazione avendo già in testa un gran numero di idee. Quando dissi loro che me ne sarei andato per venire a Perugia, quegli omoni con le mani grandi e gli occhi lucidi mi fecero provare una grane emozione. Gli ultimi giorni non vennero neppure a salutarmi. “Ci pare di vegliare immorto”, mi disse uno….”.

A Perugia hai diretto La Nazione dal 1969 al 1997, hai visto passare centinaia di giornalisti. I più bravi?
“Vado a ruota libera: Gianfranco Ricci, Elio Clero Bertoldi, Marco Brunacci, Giovambattista Magi, Giuliano Giubilei, Franco Libori che era formidabile ma smise per fare lo stilista, Umberto Puggelli, grande reporter di nera. Ai tempi del processo Lorrai, il pastore sardo che aveva ucciso un altro pastore, riportò in redazione la pecora del morto, che era rimasta sola…”.

Sei stato anche per due anni direttore di Umbria Tv…
“Con grandi soddisfazioni e grandi scoop. Il crollo della Basilica di Assisi ripreso dal nostro Paolo Antolini, che era lì sotto con Sofia Coletti, che tornò scossa ma andò in onda. Poi Erika Pontini, Simonetta Battistoni, Silvia Zerilli. Una bella squadra di sole donne…”.

Che cosa insegnavi e che cosa insegni ai ragazzi?
“Onestà e correttezza, anche a costo di pestare i piedi a qualche amico. Scoop si, ma senza fare del male, senza enfatizzare. Sono sempre stato contrario alle polemiche tra giornalisti. Quando va bene capiscono in tre”.

Bruno, in Umbria ci sono adesso 4 quotidiani locali, ma salvo eccezioni si legge sempre meno. Hai un’analisi?
“Questione di retaggio storico. Fino al 1860 c’è stato il papa e si leggevano solo cose di contrabbando. Poi sono arrivati i cantastorie, i viaggiatori che facevano racconti fantastici nelle stazioni di posta dei cavalli. Qui c’era una cultura essenzialmente contadina, che preferiva ascoltare piuttosto che leggere. C’era il caminetto, oggi ci sono radio e televisione. I giornali umbri hanno anche qualità, ma si sono dovuti scavare ognuno una nicchia nella quale attingere: popolare, politico-industriale, medio borghese…La verità ultima è che esiste un problema di distribuzione. All’estero i giornali vanno dalla gente, a casa loro. Qui bisogna cercarli e non tutti hanno questa costanza….”.

C’è un articolo, un servizio, una inchiesta al quale sei maggiormente affezionato?
“Si, l’eccidio di Kindu, in Congo, nel 1961, dove furono trucidati tredici aviatori italiani, che facevano parte dei caschi blu dell’ONU, mandati a ristabilire l’ordine nel paese sconvolto dalla guerra civile. Facevano parte della 46ª Aerobrigata di stanza a Pisa, erano tutti miei amici, soci del cineclub del quale ero presidente. Mi presi anche un brutto esaurimento nervoso, il pensiero di quei corpi martoriati, non mi ha lasciato per parecchio tempo. Qui a Perugia ne sono successe davvero tante. Durante un comizio di Almirante entrò in redazione, dalla finestra aperta, persino un lacrimogeno…”.

Una bella medaglia che hai appuntata al petto è la costituzione dell’ordine dei giornalisti dell’Umbria, nato nel 1980…
“E’ una cosa della quale vado orgoglioso e nella quale sono stato aiutato da molti colleghi, tra i quali vorrei ricordare Luigi Palazzoni, insostituibile segretario dei primi anni. Poi ho fatto il presidente per tre mandati, dal 1984 al 1993, e ancora il segretario fino al 2001. Nel 1992 ho avuto l’onore di partecipare alla istituzione della scuola di giornalismo radiotelevisivo. Una fucina dalla quale uscirono subito tre fuoriclasse: Monica Maggioni, Giovanni Floris e Gerardo Greco”.

Bruno quando andrai in pensione?
“Mai ragazzo. Noi giornalisti, come gli scrittori e gli artisti non andiamo mai in pensione, dovresti saperlo, altrimenti il cervello si addormenta e si fa una brutta fine”.