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venerdì 3 dicembre - Aggiornato alle 11:17

Tutti sulla navicella di Hancock: tra jazz e funk, un tributo a se stesso. Il «Blue Monk» di Stan Tracey

Nel 1974, sulla copertina di «Thrust» Herbie Hancock era alla guida di una sorta di navicella sopra le nuvole e in viaggio verso un punto non ben definito

Herbie Hancock ieri sera all'arena (foto M.A. Manti)

di Daniele Bovi

Nel 1974, sulla copertina di «Thrust» Herbie Hancock era alla guida di una sorta di navicella sopra le nuvole e in viaggio verso un punto non ben definito. O meglio, verso una musica che non c’era o che in quel momento, a metà strada tra jazz e funk, cercava i suoi codici mentre la critica di allora non capiva. Hancock non se ne curò troppo e così, dopo la pietra miliare che risponde al nome di «Head Hunters», con quella sua copertina dai colori acidi, sfornò «Thrust» e quella «Actual Proof» che ha rappresentato il punto di partenza del concerto di sabato sera di Hancock e soci (e che soci) all’arena Santa Giuliana. Dentro la navicella, tra il Fazioli, tre iPad, un computer, una workstation Korg e la synth a tracolla, Hancock si porta alla chitarra Lionel Loueke, cittadino americano nato in Benin: «Un musicista – lo presenta Hancock – che viene da Marte, da Venere o giù di lì».

Band di alto livello E infatti Loueke nel corso della serata ha dato prova di ciò che è capace sia alla chitarra che alla voce intonando un canto africano; tanto per avere un’idea del genere, ascoltare il disco «Mwaliko» proprio di Loueke. Al basso elettrico c’è James Genus, contrabbassista prelevato dall’orchestra del Saturday Night Live Show, un mix di potenza, tecnica ed espressività. «Alla batteria – presenta Hancock – c’è uno molto molto pericoloso». Si chiama Trevor Lawrence «e anche lui, che parla molti linguaggi, che ha molti “beat” differenti, viene da un altro pianeta». La navicella di Hancock così dopo l’apertura si sposta eseguendo un altro caposaldo del jazz/funk che è «Chameleon» («Head Hunters»), fuso con «Seventeen», composizione di Loueke. La musica si fa torrenziale e il pianista che Miles Davis adorava, imbracciando la synth a tracolla, ingaggia un «duello» musicale con tutti i membri della band.

FOTOGALLERY: IL PRIMO CONCERTO DEL TRIBUTO A GIL EVANS

Il tributo Il concerto assume i toni di un tributo di Hancock a Herbie Hancock senza però ricalcare stancamente, grazie anche al calibro del gruppo, i fasti del passato. Dal suddetto passato rispunta anche «Come Running To Me» («Sunlight», 1978), cantata all’epoca dal pianista grazie al vocoder, uno strumento elettronico che camuffa la voce dandogli una tonalità synth. Hancock ovviamente non è solo questo e infatti, poco dopo, si prende la scena occupandola per lunghi minuti in solitaria ribadendo ancora una volta perché è uno dei più grandi pianisti jazz della storia. Applausi. La serata prosegue poi con una versione fiume di «Cantaloupe Island», aperta e chiusa dal tema appena accennato da Hancock al Fazioli. In mezzo, spazio alle invenzioni e ai dialoghi della band. Finita qui? No, Hancock da consumato uomo di palco sa cosa vuole il suo pubblico e lo accontenta, rientrando dal retropalco, con un lungo medley tra «Rock It» e «Watermelon Man».

Stan Tracey (foto M.A. Manti)

To Monk La prima parte della serata è stata invece occupata da un altro grande pianista, quello Stan Tracey che qualcuno in Inghilterra chiama il «godfather» del jazz d’Oltremanica. A oltre 80 anni, accompagnato dal figlio Clark alla batteria e da Andrew Cleyndert al contrabbasso, ha reso omaggio al genio di Thelonious Monk. All’uomo taciturno (la sua voce registrata è rarità da collezionisti) che adorava i cappelli più strani, adorato e difeso dalla moglie Nellie e che fu uno dei più grandi del piano del dopoguerra. Sul palco dell’arena risuona il suo stile percussivo, il fraseggio chiaro e preciso e gli spazi d’improvvisazione. Tra i pezzi più belli eseguiti dal pianista inglese e dal suo trio «Blue Monk».

 

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