sabato 25 maggio - Aggiornato alle 16:26

Le «Istruzioni per l’uso del futuro» di Montanari, libro per tornare a guardare il patrimonio da cittadini

Il professor Montanari

di Dan.Bo. e Mar.Ciu.

«Questo è un libro politico». Tomaso Montanari, fiorentino di nascita e docente universitario alla Ferdinando II di Napoli, non appena prende la parola al microfono, spiazza così il piccolo (troppo piccolo) auditorio che venerdì scorso, alla sala Podiani della Galleria Nazionale dell’Umbria, ha assistito alla presentazione del suo ultimo lavoro («Istruzioni per l’uso del futuro», Minimumfax, 9 euro) nell’ambito di Umbrialibri 2014. Un incipit che sarebbe di chiarimento, se a pronunciarlo non fosse uno stimato storico dell’arte, instancabile accusatore delle colpe delle politiche attuate, sia da destra che da sinistra, ai danni del patrimonio culturale italiano.

Un libro politico «Politico» in che senso, dunque? Il vocabolario ci viene in aiuto: politico è ciò che riguarda la città e, quindi, i cittadini. Ed infatti, leggendo questo snello abbecedario che è «Istruzioni per l’uso del futuro», ci si accorge di essere innanzitutto di fronte alle parole di un cittadino ai cittadini. E per i cittadini. Densissimo e contemporaneamente agile come possono esserlo solo le opere di chi è stato in profondità per portare alla luce acqua fresca, questo testo frammentato in venti capitoli (uno per ogni lettera dell’alfabeto) è percorso da un filo conduttore fondamentale: la ferma convinzione che patrimonio e democrazia siano elementi imprescindibili l’uno per l’altro, e che l’abbracciare o l’abbandonare uno dei due comporti necessariamente fare lo stesso con l’altro.

MUSEI, RIVOLUZIONE ORARI E TARIFFE: COSA CAMBIA

Il valore L’idea, vecchia e nuova, in tempi in cui lo Stato sembra guardare sempre più spesso alla sdemanializzazione ed alla privatizzazione come panacea di tutti mali, in effetti è rivoluzionaria. Ma, in fondo, neanche troppo difficile da afferrare. Per il tempo, breve, che occorre alla lettura del testo, Montanari fa uscire il lettore dal cliché che lega a filo sempre più stretto il patrimonio (materiale ed immateriale) ed il paesaggio italiani all’economia, all’indotto, al turismo. Per un attimo si torna tutti a guardarlo da cittadini: è innegabile che allora vi scorgeremo le nostre origini, la nostra storia, la nostra civiltà. Di più. Patrimonio e paesaggio sono parole inserite fin nei primi articoli della Costituzione, ci appartengono e ci siamo fatti carico di tutelarli e di promuovere con essi «lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica». Ora quale maggiore fonte di libertà esiste, se non il sapere? E quale migliore garanzia di uguaglianza del sapere condiviso?

Un racconto Bello, ma molto teorico. E invece no. Perché partendo da questo presupposto, da questo grande e ‘nuovo’ valore civico attribuito al patrimonio ed al paesaggio italiani, Montanari affonda il coltello nella carne. Scende per strada e si sporca le mani ed è qui che il racconto si fa davvero interessante. Nel corso di un centinaio di pagine il Nostro percorre l’Italia da Nord a Sud, incontrando politici e disoccupati, dirigenti e bambini che si incamminano a scuola, studenti universitari alle prese con manuali e ragazzi persi in periferie degradate, professori universitari ed immigrati sbarcati a Lampedusa. Da bravo storico, seguendo la lezione di Marc Bloch, va, come l’orco, laddove sente odore di carne umana. E capitolo dopo capitolo, episodio dopo episodio, Montanari fa la sua brava azione di demolitore. Demolitore innanzitutto di falsi miti.

Come si spendono i soldi Primo fra tutti, il dato economico: in Italia per i beni culturali spendiamo 1,5 miliardi all’anno, l’1,1% della spesa pubblica; esattamente la metà della media europea che è il 2,2% (2,5% in Francia, 3,3% in Spagna, e non abbiamo certo di meno di cui prenderci cura). Meno di 1/16 della spesa militare (25 miliardi di euro che diventeranno 37 con gli F35). Come dire che il problema non sono i soldi, bensì la loro allocazione. Ovviamente non mancano sferzate per i politici di ogni parte, per i privati che si sostituiscono nella gestione del bene comune, per il business delle mostre-evento, redditizie per chi le organizza e spesso stressanti per le opere, quasi mai portatrici di nuovo sapere e quasi sempre a discapito di musei sempre più trascurati. Nel mirino c’è anche la miopia istituzionale che non vuole riallacciare il dialogo tra Ministero dei Beni Culturali e quello dell’Istruzione, privando così migliaia di giovani forze competenti di accedere al lavoro per il quale si sono preparati.

Suggerimenti E non manca anche un’aspra critica alla categoria, cui lui stesso appartiene, di studiosi e storici dell’arte, che troppo spesso affetti da una visione ristretta e settoriale o perfino elitaria della cultura, hanno rinunciato a parlare alla gente. Perché, ribadisce Montanari, uno studioso che non riesce a comunicare (con tutti, specialisti e non) priva il sapere di quel potere egualitario e libertario che lo rendono nobile sopra ogni cosa. Tutto ciò non varrebbe comunque la lettura del libro se non contenesse altrettanti elementi propositivi. E non a caso il titolo recita «Istruzioni per il futuro». Anche qui idee chiarissime e tanti suggerimenti. Il più facile di tutti è certamente praticabile nella maggior parte delle città italiane: uscire in strada ed aprire gli occhi; domandarsi e riappropriarsi dello spazio pubblico. Quante cose dobbiamo ancora imparare sull’ambiente in cui ci muoviamo prima di dover pagare un biglietto d’ingresso, e quanto potrebbero venirci utili.

Scene di vita reale Per chiarire il concetto basta citare dal libro qualche «scena di vita reale»: i cittadini di Parma che sottraggono il loro Ospedale Vecchio da un progetto di privatizzazione che ne avrebbe snaturato storia e funzione; le politiche culturali applicate in Molise, che vedono cittadini e giovani studiosi riappropriarsi e gestire importanti centri di interesse artistico e paesaggistico; i ragazzi di Sanità, ex quartiere-ghetto di Napoli che, sotto la guida di un intraprendete parroco, sottraggono ad una Curia ed un Vaticano troppo distanti, la gestione delle Catacombe di San Gennaro e le connesse basiliche paleocristiane: qui la spirale virtuosa innescata è stata tanto forte da ricondurre i ragazzi a studiare e quindi alla nascita di un’orchestra sinfonica di 46 elementi e di un’altra organizzazione che avvicina i bambini della periferia al mondo della vela. Bambini che vivono a Napoli e che spesso non hanno mai visto il mare. Il mare, metafora anche di libertà verso la quale potrebbe condurci, secondo Montanari, il patrimonio ed il paesaggio italiani. A meno che noi non vogliamo abdicare a quell’articolo 9 della Costituzione che recita: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

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