Currently set to Index
Currently set to Follow
lunedì 8 agosto - Aggiornato alle 18:44

‘La notte dei cantori’, la tradizione musicale umbra incontra l’elettronica: evento a Fossato di Vico

Per Suoni Controvento protagonisti dj Fab Mayday, Nicola Cappelletti e i Maggiaioli, per un progetto di Antonello Lamanna: «L’oralità ha un legame forte con la musica»

Nicola Cappelletti e Dj Fab

di Danilo Nardoni

In diverse zone del territorio umbro e in modo particolare nei territori di Scheggia-Pascelupo, Sigillo, Gubbio, Costacciaro, per citare qualche località toccata dal festival Suoni Controvento, la musica popolare è ancora praticata. Soltanto con un’attenta analisi si possono cogliere per esempio nei repertori musicali dei Maggiaioli i cambiamenti o le permanenze nella trasmissione orale, le differenze tecniche di esecuzione, le differenze linguistiche, le interpretazioni personali, la percezione dei musicisti delle nuove generazioni e altro ancora. L’idea è allora quella di restituire in una zona importante da un punto di vista linguistico e antropologico i tratti distintivi di una forte identità culturale che merita di sostenerla e promuoverla in tutte le sue connessioni contemporanee. Nasce così “La notte di cantori”, con la tradizione musicale umbra che incontra la musica elettronica.

Tradizione e contemporaneità Una performance musicale che, per certi versi, potrebbe essere paragonato a quello della Notte della Taranta, con la differenza che i balli e i canti umbri non hanno ancora raggiunto la diffusione e la fama di quelli Salentini. Ma se a guidare il “Concertone” sarà un musicista-producer come dj Fab allora le cose cambiano. Un progetto inedito pensato e studiato per mettere insieme il vasto repertorio musicale della tradizione musicale dell’Umbria con la maestria della musica elettronica guidata quindi da un Dj, accompagnato, oltre che da suonatori e cantori umbri, da un musicista come Nicola Cappelletti noto per la sua ricerca e fusione con altri generi. Ha preso così corpo una parte del vasto progetto a cui sta lavorando da anni Antonello Lamanna, anche con la sua Voxteca, a cui Umbria24 ha rivolto qualche domanda per approfondire questo suo percorso di studio e di ricerca, ma anche di trasposizione all’oggi. Appuntamento per l’evento il 28 luglio a Fossato di Vico, in Piazza San Sebastiano alle ore 21, all’interno di Suoni controvento, festival itinerante che ha creduto e supportato il progetto.

Da dove nasce questa trasmissione orale? “Ci è stato tramandato che Omero fosse un poeta e un cantore. Nell’antichità i cantori, gli aedi, i griots o i rapsodi erano veri professionisti della narrazione. Come oggi lo sono anche i poeti, i cantanti e in un certo senso anche i dj che con i loro refrain, loop, ritornelli mixati fanno pensare all’utilizzo di formule mnemoniche che si usavano nell’antichità dai cantori di storie, per ricordare canti, fatti e anche musiche in altro modo. Questa performance di Fossato di Vico è una sorta di esperimento in cui si miscela la voce della tradizione musicale popolare con le tecniche della sonorità elettronica per sottolineare che l’oralità ha un legame forte con la musica, e le ripetizioni sonore possono essere riconosciute anche come un forte segno di creatività e non solo per ricordare. Spesso, e ciò viene detto anche di Omero, era cieco: una situazione che rappresentava simbolicamente la sua concentrazione totale sulla trasmissione attraverso la bocca e l’orecchio, cioè attraverso il parlare e l’ascolto, senza il tramite degli occhi. Il cantore girovagava di città in città vendendo il proprio talento del narrare. Attraverso i testi che recitava il cantore dava voce alla memoria culturale delle società arcaiche, era la loro enciclopedia, come sostiene il filologo Havelock. I racconti del cantore promuovevano il sapere fondamentale per potere accedere ed essere accettati all’interno di quelle culture. Questo privilegio del cantore si lega al modo in cui quei testi venivano comunicati e trasmessi, vale a dire quasi esclusivamente attraverso la parola. Si parla infatti per tali società di culture a oralità primaria in cui l’unica o la prevalente forma di trasmissione dei testi era quella orale. Ecco in estrema sintesi da dove viene lo storytelling tanto abusato e sempre fuori contesto”.

Si può parlare ancora di oralità contemporanea? “Certamente, ma non si può non fare riferimento al processo, che viene definito da Walter J. Ong come “oralità secondaria” o “di ritorno”, riferito all’uso di smartphone, tablet e pc, tipico di un periodo in cui noi tutti siamo concentrati in modo continuativo sull’immediato, sul presente, il tempo è mercificato e la scrittura perde importanza rispetto all’immagine. Nelle società occidentali, i giovani stanno vivendo un regresso dell’oralità, ossia con l’avvento dell’immagine come medium primario, si è persa la percezione della forma della parola a parte l’uso spropositato nelle app di messaggistica (Whatsapp, messenger, telegram), e degli ultimi social arrivati come tik tok, clubhouse, tanto per fare qualche esempio. Complessa è l’interfaccia tra oralità e scrittura. È necessario scindere tra società con o senza scrittura, tra tradizioni scritte e orali nelle società dotate di scrittura, tra chi sa leggere e chi sa scrivere. Esistono culture orali prive di scrittura, che vanno scisse da culture non esclusivamente orali, influenzate dalla scrittura. Perché senza scrittura non si ha accumulazione di informazioni al di fuori del cervello. Da qui, l’importanza della mnemonica visiva, che, ad un livello morfologico, precede la scrittura e che, più che una mnemotecnica, è un codice. Lo stesso che viene utilizzato, ad esempio, nella costruzione di un testo rituale, di una cerimonia liturgica, di un racconto mitologico tràdito di bocca in bocca”.

Da dove proviene quest’interesse per le voci? “L’attenzione all’oralità, alla voce, alle voci, ai canti, all’aspetto musicale delle varietà linguistiche locali, corrisponde ad esigenze reali e complesse: spirituali ed esistenziali insieme. La voce può essere considerata come elemento d’identificazione della persona in quanto tale e in quanto componente di una comunità sociale e culturale. L’aspetto musicale delle lingue ci permette di segnalare l’organizzazione dei significati, la struttura logico-sintattica e la gerarchia delle informazioni di un testo orale, ma riflette anche l’elaborazione culturale di una comunità, collocata in un preciso tempo e spazio”.

Voxteca E’ un progetto di ricerca etnolinguistico-musicale nato nel 2001 fondato e diretto da Antonello Lamanna. È nato come archivio-osservatorio permanente delle voci, dei suoni, dei canti e delle oralità contemporanee, per poi svilupparsi in un progetto di ricerca scientifica multidisciplinare in cui ha coinvolto numerose realtà accademiche e culturali nazionali e internazionali (festival, musei, centri di ricerca e università in Svizzera, Francia, Spagna, Marocco, Giappone e negli Stati Uniti). Il progetto è nato al Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università per Stranieri di Perugia e nel corso degli anni lo hanno visto anche come centro di produzione di documentari scientifici ed etnografici. Basta ricordare la collaborazione con la Casa di produzione francese Ohra – diretta dalla regista marocchina Izza Génini, produttrice tra l’altro del film Transes di Ahmed El Maanouni restaurato e premiato a New York da Martin Scorsese – che ha portato alla ubblicazione di “Maroc en music” un cofanetto che raccoglie 11 documentari dedicati esclusivamente alla musica marocchina autoctona, a firma OHRA & VOXTECA. In Voxteca sono custodite e analizzate le varietà del repertorio linguistico (i dialetti, i gerghi, i codici) musicale della tradizione italiana ed europea, attraverso una ricca e variegata tipologia testuale. Nella sezione dedicata all’oralità, sono raccolti testi, suoni e canti di musica popolare e tradizionale contemporanea dell’Italia, della Romania, della Grecia, del Marocco, della Tunisia, dell’Egitto; fanno parte del corpus anche filastrocche, favole, canti e narrazioni arabi, indiani e cinesi. Voxteca ha anche prodotto libri, e-book, riviste, compact disc, dvd dedicati alla musica popolare, ai dialetti, ai gerghi, ma anche documentari sperimentali come per esempio: “Play the folk”, dedicato al poeta-cantastorie Riziero. Un progetto nato come un live-music (poi diventato un audiovisivo) con la fusione delle musiche orali di Voxteca con quelle elettroniche di dj Ralf, le percussioni dei “Tetraktis” e le voci dei cantori tradizionali, da cui è nato il documentario “La “Valle parlante”.

I commenti sono chiusi.