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mercoledì 27 gennaio - Aggiornato alle 20:49

«Il Jazz non è Pop»: festival e musicisti si mobilitano con una petizione rivolta al ministro Franceschini

La richiesta, lanciata da Jazz Italian Platform (di cui fa parte Umbria Jazz) e sottoscritta dai principali musicisti, punta a far cambiare la norma sui criteri di distribuzione del Fus

Appello del mondo del jazz al ministro Franceschini

di D.N.

“Il jazz non è musica popolare, se per popolare si intende il mondo del pop e del rock. Non lo è per motivi storici, estetici e economici. Omologarlo al mondo della musica commerciale significa non solo mettere in discussione la sua natura, ma mettere in crisi le decine di rassegne e festival che finora hanno contato sul sostegno del Governo per la loro attività, anche piccola”. Inizia così l’appello rivolto al ministro Dario Franceschini da parte del mondo del jazz che si mobilita per far cambiare la norma sui criteri di distribuzione del Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) per il 2020 e 2021 “che equipara il jazz alla musica popolare contemporanea in un’unica confusa definizione”. La richiesta rivolta al ministro, lanciata da Jazz Italian Platform (di cui fa parte anche Umbria Jazz) e sottoscritta dai principali musicisti di jazz, è quindi di ripensare la bozza.

Il Jazz non è Pop “Non è una questione estetica o di valori musicali, ma una mera preoccupazione materiale” spiegano da Jazz Italian Platform, l’associazione che riunisce un gruppo di organizzazioni musicali di grande tradizione diffuse sul territorio nazionale (oltre ad Umbria Jazz, Bologna Jazz, Jazz in Sardegna, Jazz Network, Pomigliano Jazz, Saint Louis College of Music, Veneto Jazz, Visioninmusica). Nel presentare la petizione Jazz Italian Platform aggiunge: “Aprire il contributo pubblico alle grandi aziende dei concerti, scelta che non viene condivisa da nessun altro paese europeo, significa mettere il jazz italiano in condizione di dover competere per l’assegnazione dei contributi non più con le associazioni di musica classica, affini per dimensioni e obiettivi, ma con l’industria multimilionaria e multinazionale della musica pop e rock. Significa disconoscere e mettere a repentaglio quanto il jazz italiano è riuscito a produrre, in questi anni, con una miriade di manifestazioni e dando visibilità a più generazioni di musicisti apprezzati in tutto il mondo”.

Musicisti firmatari Questi i principali firmatari della petizione che al momento ha raggiunto oltre mille firme: Enrico Rava, Stefano Bollani, Danilo Rea, Enrico Pieranunzi, Fabrizio Bosso, Stefano Di Battista, Franco D’Andrea, Dado Moroni, Giovanni Tommaso, Rita Marcotulli, Roberto Gatto, Sergio Cammariere, Antonello Salis, Giovanni Guidi, Rosario Giuliani, Paolo Damiani, Maurizio Giammarco, Piero Odorici, Bruno Biriaco, Enzo Pietropaoli, Petra Magoni, Francesco Bearzatti, Nico Gori, Nicky Nicolai, Massimo Nunzi, Elisabetta Antonini, Ettore Fioravanti, Sandro Satta, Roberto Ottaviano, Mario Corvini, Claudio Corvini, Rosario Bonaccorso, Pietro Tonolo, Fulvio Sigurtà, Zeno De Rossi, Bruno Tommaso, Pasquale Innarella, Dario Rosciglione, Riccardo Fassi, Mario Raja, Cinzia Tedesco, Pino Minafra, Stefano Sabatini, Luca Mannutza, Luca Aquino, Umberto Petrin, Andrea Zanchi, Pino Jodice, Luca Bulgarelli, Enzo Favata, Alice Ricciardi, Nicola Cordisco, Aldo Vigorito, Ferdinando Faraò, Nicola Puglielli, Emanuele Cisi, Fabiano Red Pellini, Pietro Leveratto, Nicola Stilo, Mauro Ottolini, Danilo Gallo, Roberto Taufic, Bebo Ferra, Massimo Morganti.

L’appello a Franceschini “Il jazz non è musica popolare, se per popolare si intende il mondo del pop e del rock. Non lo è per motivi storici, estetici e economici. Omologarlo al mondo della musica commerciale significa non solo mettere in discussione la sua natura, ma mettere in crisi le decine di rassegne e festival che finora hanno contato sul sostegno del Governo per la loro attività, anche piccola. Aprire il finanziamento statale, come viene fatto nella bozza sui criteri di distribuzione del Fus per il 2020 e 2021, alle grandi aziende dei concerti, scelta che non viene condivisa da nessun altro paese europeo, significa mettere il jazz italiano, del quale Lei si era dichiarato sostenitore, in condizione di dover competere per l’assegnazione dei contributi non più con le associazioni di musica classica, affini per dimensioni e obiettivi, ma con l’industria multimilionaria e multinazionale della musica pop e rock, che nel testo viene ribattezzata musica popolare contemporanea, definizione larga e imprecisa. Significa anche disconoscere quanto il jazz italiano è riuscito a produrre, in questi anni, con una miriade di manifestazioni e dando visibilità a più generazioni di musicisti apprezzati in tutto il mondo. Chiediamo, dunque, che tale scelta venga ripensata e che al jazz venga restituita la dignità che finora gli è stata, sia pure parzialmente e faticosamente, riconosciuta”.
Questo il link per firmare la petizione. 

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