domenica 21 aprile - Aggiornato alle 18:15

«I giorni della nepente», Matteo Pascoletti racconta il suo primo romanzo: «Oggi manca l’empatia»

A destra Matteo Pascoletti

di Daniele Bovi

Un romanzo scritto in un modo spietato, che non concede nulla a sentimentalismi o pietismi; una carambola tragica che spinge i protagonisti tra le fauci della nepente, pianta carnivora che attira le sue vittime con il suo profumo. Si chiama «I giorni della nepente» il primo romanzo del 37enne perugino Matteo Pascoletti, uscito nelle librerie da pochi giorni. Edito dalla toscana Effequ (13 euro) il libro è stato presentato giovedì alla libreria Feltrinelli di Perugia. Una città mai nominata dall’autore, anche perché il problema droga non riguarda certamente solo il capoluogo umbro, ma che gli occhi di chi l’abita riconoscono.

La storia La storia che Pascoletti narra è fondamentalmente un pretesto per raccontare molto altro: in una domenica di fine estate come tante una donna viene scippata nel centro storico di una tranquilla città di provincia. L’autore dello scippo viene però raggiunto e ucciso in modo selvaggio dal figlio della donna, un insegnante precario che in brevissimo diventa l’idolo delle folle. Una sorta di Stacchio che però, come il benzinaio, non ha la minima intenzione di assurgere al ruolo di idolo. Da qui parte una tragedia che travolge le esistenze dei protagonisti, ognuno dei quali ha dei tratti diabolici.

Empatia Grazie alla storia Pascoletti, dottore in Italianistica che lavora nel campo della comunicazione online ed è collaboratore del Festival internazionale del giornalismo, racconta i meccanismi dei social network, i cui utenti spesso fanno sfoggio di meschinità, giudizi tagliati con l’accetta, cinismo, e quello di una stampa spesso altrettanto cinica e che tende a scaricarsi di dosso le proprie responsabilità. Un mondo, in generale, dove manca l’empatia: «Ed è questo infatti – sostiene l’autore – uno dei principali problemi di oggi». Questo mondo viene narrato attraverso quella che è una delle scelte stilisticamente più originali del romanzo, ovvero l’uso del coro.

Il coro Quello che nelle tragedie rappresentava in certi casi un po’ l’anima della città, qui ha la funzione di raccontare il mondo dei social network e della stampa, e ad esso Pascoletti affida anche il compito di narrare gli sviluppi della vicenda che lega i quattro personaggi principali. Al libro l’autore ha lavorato per ben sei anni: «L’idea – spiega – nasce nel 2009, dopo aver assistito alla presentazione di una raccolta che si chiamava “Racconti perugini”. Una delle critiche che sentii riguardava il fatto che si parlava poco di droga, come se ci fosse una sorta di rimosso collettivo».

Il Profeta Altra scelta originale, quella di far parlare all’inizio un personaggio chiamato il Profeta: «Lui – racconta Pascoletti – spiega a tutti quello che a loro accadrà, ma i personaggi non lo vogliono vedere». Benché l’ambientazione sia cupa e i personaggi vengano stritolati da una macchina che non lascia a loro scampo, una luce in fondo al tunnel c’è: «Hanno tantissime possibilità di scelta – dice Pascoletti – così come tutti noi, ma non le vedono e non le vediamo perché sono e siamo vittime di passioni soverchianti o di logiche fallaci».

Twitter @DanieleBovi

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