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lunedì 26 settembre - Aggiornato alle 07:20

Dieci anni senza Rambaldi, il padre di E.T. ‘tradito’ da Terni. La figlia: «Una porta mai chiusa»

La rivincita su Pinocchio e l’entusiasmo portato nella Conca da Los Angeles: Daniela racconta Carlo, genio degli effetti speciali

di Martina Franceschi

Così rassicurante e protettivo, con gli occhi grandi e la capacità di porsi ad altezza di bambino, E.T. è il simbolo di tanti valori positivi che la ‘Fondazione Carlo Rambaldi’ oggi promuove nelle scuole. Porta il nome del genio degli effetti speciali l’organizzazione guidata dalla figlia, che lo ricorda a dieci anni dalla scomparsa. L’anniversario cade il prossimo 10 agosto. Daniela, raggiunta telefonicamente da Umbria 24, ricorda il padre, l’uomo, l’artista, il talento, per ben tre volte premiato agli Oscar: Rambaldi è stato, per il mondo degli effetti speciali, un vero e proprio pioniere; grazie anche alla meccatronica, ha dato vita a creature come E.T. e King Kong, vivide, ancora oggi, nella memoria di chiunque.

Come testimoniano anche gli studi all’Accademia di belle arti di Bologna, suo padre era, prima di tutto, un pittore e uno scultore, quindi un artista; da dove traeva ispirazione per i suoi lavori?

Era, sicuramente, dotato di una grande fantasia; si faceva guidare, per le sue ambientazioni, dal grande amore per lo spazio e per i paesaggi extraterrestri. In questo senso, poi, la Natura era la sua più grande alleata; amava trascorrere molto tempo all’aria aperta, nei boschi, nelle campagne, nei deserti – quando eravamo in America – e da ognuno di questi luoghi sapeva trarre i più originali spunti. Era un grande osservatore.

Si parla molto del suo periodo hollywoodiano, meno della collaborazione con i registi italiani, tra cui Monicelli, Ferreri, Pasolini, Dario Argento; com’era il rapporto di suo padre con il cinema italiano?

Probabilmente, per lui, limitante. Nel cinema italiano, infatti, gli effetti speciali erano qualcosa di contorno; la maggior parte del budget si riservava, di solito, agli attori e quel che ne restava era sempre troppo poco; c’era poco spazio, quindi, per proporre e sperimentare. Ricordo, non a caso, che mio padre veniva sempre chiamato all’ultimo, per qualche piccola creazione. Nonostante tutto, però, non si rifiutava mai: la passione per il suo lavoro era troppo forte.

Le creazioni di suo padre erano, per lo più, spaventose; a fare eccezione è E.T.: cosa ha rappresentato questo personaggio per suo padre e come si può spiegare la sua unicità?

E.T. fu la sua rivincita su Pinocchio. Dopo quanto accadde con Comencini, il furto del burattino e la conseguente causa per plagio, il sogno di mio padre, di dare vita a Pinocchio, restò inesaudito. Probabilmente, nel piccolo extraterrestre che gli propose Spielberg, vide in qualche modo la sua seconda occasione: c’è molto di Pinocchio, infatti, in E.T. Un’occasione che, poi, finì per cambiargli la vita. E.T. è un personaggio che, ancora oggi, ha il medesimo peso di quando fu creato; la sua, poi, è una fisicità inconfondibile e, tuttora, altamente significativa: le gambe corte, che gli impediscono di scappare, e gli occhi grandi e azzurri – che mio padre realizzò prendendo spunto da quelli del nostro gatto himalayano – evocano un senso di protezione, mentre il collo, che si fa più corto e, quindi, all’occorrenza ad altezza di bambino, suggerisce un’innata empatia. E.T. è inclusione, accettazione della diversità, ode all’amicizia: valori che tutt’ora promuoviamo nelle scuole, con la Fondazione Carlo Rambaldi.

Sul finire degli anni ’90, suo padre scelse Terni come sede della sua ‘Accademia degli effetti speciali’; purtroppo, però, il progetto naufragò presto. Come ha vissuto, suo padre, quegli anni?

Ricordo che, inizialmente, era entusiasta. Lasciò Los Angeles, dove già vivevamo, per tornare in Italia, a Terni, e guidare l’Accademia. Il problema, poi, come spesso accade, fu politico e riguardò l’amministrazione; in sostanza, tutti sapevano che non si sarebbe andati oltre i tre anni – tant’è che si riuscì a completare, esclusivamente, il primo e unico ciclo triennale – tranne mio padre, lui non era stato informato. Per lui la delusione, quindi, fu doppia; credeva moltissimo nel progetto, nella possibilità di tramandare il suo lavoro e formare nuove generazioni di tecnici degli effetti speciali. Oggi, in qualche modo, con la Fondazione cerchiamo di rimediare anche a questo: commemoriamo Carlo Rambaldi, ma cerchiamo anche di dare, a chi lo desira, la possibilità di imparare dal suo lavoro.

Nel 2021, lei si era candidata alla direzione dell’Umbria Film Commission, cosa pensa oggi del lavoro della Fondazione?

Preferirei astenermi dal rispondere. Ritengo che, anche in questo caso, ci sarebbe un discorso, di natura politica, da fare. Lascio, quindi, ai posteri l’onere di giudicarne il lavoro.

Pensa che ci sia la speranza di poter, in qualche modo, riallacciare il legame tra Terni e Carlo Rambaldi?

Noi non chiudiamo porte a nessuno; siamo possibilisti e inclusivi, andiamo ovunque ci si chiami, quando c’è un reale interesse. Poi, può capitare di restare delusi o di investire energie – e non solo – in progetti che, comunque, naufragano; per esempio, a Ferrara, abbiamo lavorato per quasi 7 anni alla realizzazione di un Museo dedicato a mio padre ma, improvvisamente, tutto si è arenato.

Quali sono, ad oggi, i progetti della Fondazione Carlo Rambaldi?

Puntiamo molto su progetti didattico-formativi, pensati per tutte le fasce d’età. Portiamo in giro la mostra, modulabile, con foto, documenti e reperti; abbiamo in programma una Academy e, soprattutto, amiamo rapportarci con i più piccoli. Organizziamo, infatti, laboratori nelle scuole, coinvolgendo bambini dai 6 ai 10 anni: disegnano e creano personaggi in 3D, prima con la creta e poi con programmi di grafica. Ci stiamo, infine, preparando per la mostra su E.T. che, a novembre, si terrà a Milano.

Carlo Rambaldi in una foto di Enrico Valentini del 2003

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