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mercoledì 19 gennaio - Aggiornato alle 20:00

«David Sassoli? L’ho sentito da poco, più curioso di sempre nonostante il fiato corto». Intervista a Smeriglio

L’amico di un cattolico di sinistra dai valori non negoziabili. E poi l’Umbria e il suo libro ‘Se bruciasse la città’

di Daniele Migni

«Con David ho perso un amico, l’Italia un uomo importante lì dove si fanno le scelte che contano. L’ultima volta l’ho sentito al telefono intorno alla fine dell’anno, sempre curioso, empatico, appassionato. Anche se il suo fiato era corto corto». A parlare è Massimiliano Smeriglio, europarlamentare, membro della commissione Cultura e istruzione e relatore per il programma Europa creativa 2021-2027, all’indomani della scomparsa del presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli. «David era lontanissimo dal chiacchiericcio – ricorda – dai rumori di fondo, dal brigare, andava per la sua strada in maniera elegante, senza sgomitare. E se è arrivato in cima all’assemblea elettiva più grande del mondo è stato grazie alla sua personale credibilità. Un cattolico di sinistra, rispettoso delle idee altrui e intransigente di fronte a valori non negoziabili. La sua umanità e la sua umiltà, tratti distintivi personali e politici. David che non odiava neanche Golia».

Massimiliano Smeriglio, eletto nel 2019 al Parlamento europeo con 73mila preferenze, di cui oltre 2mila prese in Umbria. Candidato come indipendente tra le fila del Partito democratico dopo essere stato a lungo vicepresidente della Regione Lazio e deputato della sinistra per due legislature.

Il suo legame con l’Umbria va oltre il collegio elettorale? Qual’è la percezione che si ha del “Cuore Verde” in Europa?
L’Umbria ha una storia lunga di buona amministrazione, un presidio democratico importante, un gioiello paesaggistico e culturale unico nel suo genere. Una meta per romani per il turismo di fine settimana fatto di borghi e filiera enogastronomica; ed io non faccio eccezione. Inoltre in questi anni si è rafforzato il rapporto con il gruppo dirigente del Partito democratico umbro, dal segretario regionale Tommaso Borri a Fabio Paparelli, nel tempo diventati veri amici. La percezione attuale è quella di un disastro, una classe dirigente, quella della destra, non in grado di governare adeguatamente il territorio, a partire dalla vicenda vaccini e covid. Per non parlare del sostegno al sistema produttivo.

Il Pnrr può rappresentare una svolta per i territori particolarmente penalizzati dalla crisi e fiaccati dall’emergenza sanitaria come nel caso dell’Umbria? Il Piano sembra arrancare un po’ in tutto il Paese. Di cosa c’è bisogno per ingranare definitivamente la marcia?
Di una classe dirigente seria competente, credibile, con idee progetti e visione coerenti con gli indicatori di fondo del Recovery europeo: transizione ecologica, innovazione, inclusione sociale, conoscenza, opportunità paritetiche per generi e generazioni. Senza questa capacità di leggere e interpretare il cambiamento, la modificazione del modello di sviluppo rilanciando equità sociale e lavoro, il rischio di vedere sfumare questa grande occasione di rilancio c’è tutto.

Lei è stato al fianco di Nicola Zingaretti sia alla guida della Regione che nel Pd fino alle dimissioni da segretario. Ha coordinato Piazza Grande in tutta Italia. Cosa non ha funzionato?
In Piazza Grande ha funzionato più o meno tutto, lo dicono i numeri della partecipazione alle primarie e la speranza che quella stagione aveva innescato a sinistra dopo il fallimento renziano del 2018. Non ha funzionato il rapporto tra questa spinta innovativa genuina, generosa,al cambiamento del campo democratico e le modalità di funzionamento reale del Pd, spesso camera di compensazione tra correnti e non luogo aperto e inclusivo. Un tema cruciale su cui ha tentato di lavorare Zingaretti e sul quale continua a lavorare Letta.

Che idea si è fatto oggi del partito umbro? E cosa pensa di questa alleanza progressista con il Movimento 5 Stelle che proprio in Umbria ha mosso i primi passi?
Il Pd in Umbria rimane un punto di riferimento indispensabile per tantissime persone che vivono del loro salario, della loro pensione e della loro piccola attività produttiva, artigianale, ricettiva e turistica. Un partito rinnovato attento alle battaglie storiche capaci di coniugare occupazione e salute come quella sulle acciaierie di Terni e capace anche di guardare al futuro nella valorizzazione dei luoghi e della identità storica della regione.

Dalla sua biografia emerge una grande passione per la politica e la cultura, ma anche un grande amore per Roma e, in particolare, per il quartiere popolare della Garbatella. In ‘Se Bruciasse la Città’ l’ultimo dei suoi romanzi, parla di rapporti umani e sociali che mutano rapidamente e arrivano ad intaccare la vita di una borgata facendo esplodere incomprensioni e conflitti generazionali. Cosa è cambiato rispetto al passato? E qual è, secondo lei, l’antidoto alla barbarie?
Sono cambiate tante cose. Alcune in positivo, come la disponibilità dispiegata di nuove tecnologie al servizio dell’uomo. Altre in negativo, la rottura del legame sociale, la solitudine, l’impoverimento, l’aumento delle ingiustizie, l’impossibilità di mobilità sociale, una mano pubblica spesso non in grado di sostenere chi resta indietro. Nel libro il destino è segnato dal codice di avviamento postale del luogo di nascita. Un vincolo medievale sulla vita delle persone. L’antidoto è proprio qui, nel ricostruire la possibilità per ognuno di diventare ciò che sente nel cuore, di seguire la propria vocazione, e di farlo non contro qualcuno ma insieme agli altri, con il sostegno delle istituzioni repubblicane. Il libro racconta questa impossibilità. Se anche la sinistra tornasse ad occuparsi di questi temi a tempo pieno non sarebbe male. E le città sicuramente tornerebbero a bruciare un po’ meno.

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