Quantcast
venerdì 3 dicembre - Aggiornato alle 02:32

Dagli artisti alla sicurezza fino agli spazi, discussione sul futuro di Umbria Jazz: via al forum di Umbria24

Inizia con questa prima serie di contributi la riflessione sul festival e le sue prospettive. Parlano operatori culturali e musicisti

Il pubblico dell'Arena Santa Giuliana (foto ©Fabrizio Troccoli)

di Angela Giorgi, Danilo Nardoni e Daniele Bovi

Come può cambiare Umbria Jazz? Verso quali direzioni? Cosa vuole essere nel futuro? Nei giorni e nelle notti del festival sono state queste le domande che hanno animato il dibattito all’interno della redazione di Umbria24 che si è occupata di seguire l’evento e, da qui, abbiamo avvertito la necessità di dare vita ad alcuni articoli – a più voci come in ogni buon concerto che si rispetti – con al centro alcune possibili risposte a quelle domande. Uno spazio aperto per discutere pubblicamente sul futuro del festival che rappresenta una delle pietre angolari della vita culturale della regione. Questo è uno dei ruoli che dovrebbe avere un giornale – cioè animare un dibattito pubblico – ed è quello che proveremo a fare da qui ai prossimi giorni.

Fabrizio «Fofo» Croce (operatore culturale) Già il nuovo assetto in materia di sicurezza suggerisce l’adozione di formule innovative: per esempio ridimensionare i palchi nelle piazze, rendendo le cose più snelle e piccole o dare maggiore rotazione ai gruppi. La formula di ripetere sempre gli stessi gruppi nei palchi gratuiti potrebbe aver stancato, si può provare a sperimentare una formula nuova. Rispetto al Santa Giuliana mi chiedo: ha senso continuare a usare uno spazio così grande? Forse sarebbe opportuno orientarsi su un luogo intermedio tipo il Frontone e, quando ci sono concerti più grossi, spostarsi anche fuori, in periferia, allo stadio per esempio. Se invece il Santa Giuliana si utilizza appieno, bisognerebbe investire anche di più, per portare artisti in grado da attirare 5-6 mila persone. Con i nuovi fondi potrebbero arrivare nomi più ‘grandi’ – che potrebbero fare da traino per il resto del cartellone – oppure potrebbero essere investiti in nuovi spazi.

Manuele Morbidini (musicista) Umbria jazz è un’istituzione così consolidata che, pur migliorabile, è in grado di essere qualsiasi cosa senza perdere la sua identità consolidata negli anni. Potrei fare una lunga lista di cose, come chiunque, ma in fondo sono inessenziali perché la caratteristica più propria di questo festival è che ha una sua anima indipendente da tutto. L’unica cosa che è davvero problematica è questa delirante isteria sulla sicurezza, per cui ci sono forze dell’ordine in giro completamente inutili, che anzi alterano lo spirito più vitale della partecipazione di massa. Come tutti i momenti di delirio collettivo spero che abbia un termine. Per il futuro posso dire che da quest’anno c’è ufficialmente un’orchestra di Umbria jazz, che ha suonato in due concerti dedicati alla musica di Gil Evans. È uno sforzo produttivo pazzesco con l’aria che tira in questi tempi e al cui futuro ci dedicheremo con molto impegno.

VIDEO, FOTO, RECENSIONI: LO SPECIALE UMBRIA JAZZ

Moreno Barboni (operatore culturale) Umbria jazz, come festival classico di jazz, dovrebbe essere rigenerato, come ogni “classico”. Dovrebbe introdurre elementi di ricerca e sperimentazione che nel jazz esistono, pur essendo un linguaggio estremamente maturo. Non si può perseverare su questa linea basata solo su numeri turistici, sempre che ci siano. Avendo un contributo ministeriale per legge dovrebbe introdurre nuove sezioni e rigenerarsi dall’interno, per esempio con proposte di confine tra jazz, elettronica e improvvisazione e quindi affiancare una nuova figura alla direzione artistica attuale.

Simone Frondini (responsabile Orchestra da Camera di Perugia) È stata un’edizione particolare, segnata da fattori extra musicali, come il terremoto senza dubbio, e artistici. C’è da tener duro perché c’è bisogno di tempo per riportare tutto alla normalità e far smaltire la paura, come è avvenuto in altri luoghi. Il terremoto ha ammazzato tutto il turismo internazionale: a teatro alcuni americani mi hanno chiesto addirittura dove fosse la zona a Perugia con le macerie. Senza considerare anche la paura generata dagli attentati ai concerti legati a star importanti, per un festival anche come Umbria jazz che ha l’80 per cento di artisti americani. I nomi che fanno arrivare 5 mila persone non ci sono, quindi Pagnotta come poteva ingaggiare un artista di calibro internazionale con il dubbio di non sapere in quel momento se si poteva o meno fare il festival? Secondo me dunque anche il programma è stato fatto in funzione di rischi che non si sono potuti prendere. Inoltre le questioni legate alla sicurezza mettono in discussione gli eventi gratuiti, perché a quel punto ti domandi se ha senso o meno che si facciano concerti in piazza. Quello che propone Pagnotta è un programma di qualità anche per i concerti gratuiti con musicisti eccezionali; il pubblico di Perugia nemmeno si rende conto di quello che il festival offre anche negli eventi di piazza, e questo è stato sempre un elemento di forza. Anche con noi dell’Orchestra Umbria jazz ha dato un segnale forte: 57 persone coinvolte nel progetto con Wayne Shorter quest’anno. La strada è anche questa, e l’esempio con Shorter è quello da portare avanti: grandi produzioni coinvolgendo anche le eccellenze musicali della regione. Anche nei perugini però si deve muovere qualcosa, almeno nell’orgoglio: forse la città si è un po’ seduta sul festival dando tutto per scontato e prendendo solo; ora è arrivato il momento di dare qualcosa e far vedere che ci siamo e far vivere la città.

Maria Cecilia Berioli (musicista, UmbriaEnsemble) Umbria Jazz è diventato il festival prestigioso che è perché ha saputo mettere buone radici, profonde e autentiche. Pagnotta è un personaggio straordinario, perché dotato di talento autentico, innamorato del jazz e competente in materia come nessuno mai. Ora, essendo uomo intelligente, sa anche che i tempi cambiano. Ma questo è il punto. Il vecchio nodo è sempre quello: tenere il livello o adeguarsi alla commercializzazione? Il pretesto è sempre quello di “andare incontro al pubblico”, ma è fallace. Il pubblico va guidato – specie quando a poterlo fare è un grande festival. La scelta del tango a Umbria Jazz non è dettata da ragioni artistiche, ma di botteghino e così è per i cantautori; forse un anno fai buone vendite, ma cominci a tradire lo spirito della kermesse. Personalmente, vedo il futuro di UJ in un ragionato (e attualizzato) ritorno alle origini: ricerca, sperimentazione, coraggio, lasciando una volta per tutte la via larga della scelta commerciale. Quella lasciamola a tutti gli altri.

1-segue

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.