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giovedì 30 giugno - Aggiornato alle 18:08

Contro il Vaticano e le truppe tedesche per salvare i tesori dell’Umbria: la storia del soprintendente ribelle

Achille Bertini Calosso, il visionario dimenticato che contribuì alla ripartenza del sistema museale perugino e non solo

di Giorgia Olivieri

L’immenso patrimonio artistico italiano durante la Seconda guerra mondiale doveva essere tutelato a tutti i costi, e spettava ai soprintendenti delle varie Regioni farlo. In Umbria fu Achille Bertini Calosso a dover proteggere città, musei, opere mobili e immobili, non solo dai bombardamenti, ma anche dalle invasioni tedesche, dagli alleati angloamericani e perfino dai partigiani. Umbria24 ha ricostruito la storia di questo visionario, dimenticato dopo la fine della guerra, grazie alla professoressa Patrizia Dragoni, docente di museologia all’Università di Macerata.

La strategia Come altri soprintendenti d’Italia, Bertini Calosso fu chiamato, prima dell’entrata in guerra del Paese il 10 giugno 1940, a redigere una lista delle città dell’Umbria che andavano assolutamente protette e di quei beni culturali mobili che andavano ricoverati. Secondo gli studi della professoressa Dragoni, raccolti all’interno del suo lavoro In difesa dell’arte. La protezione del patrimonio artistico delle Marche e dell’Umbria durante la seconda guerra mondiale, tra le città individuate in un primo momento da Bertini Calosso c’erano Perugia, Terni, Orvieto, Foligno, Assisi, Spoleto, Todi e Gubbio. Qui andavano coperti i monumenti, blindati gli ingressi nei palazzi storici, portati in salvo quadri e oggetti di valore. Il soprintendente era però consapevole che l’Umbria in quel periodo non rappresentasse un territorio di particolare interesse bellico: le due città più a rischio erano Foligno e Terni, in quanto snodi ferroviari. Bertini Calosso individuò anche quattro ricoveri principali per le opere mobili della regione: l’abbazia di Montelabbate, la basilica di San Francesco, l’edificio comunale di Stroncone e il Botto di Orvieto. Iniziarono così i lavori per mettere in salvo le opere della Galleria nazionale dell’Umbria, del Duomo di Orvieto oltre alle pinacoteche di Foligno, Assisi, Spoleto, Todi e Narni.

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La minaccia Fino alla firma dell’armistizio, nell’8 settembre del ’43, i progetti di Bertini Calosso si rivelarono vincenti, ma con l’inizio dei bombardamenti e il successivo arrivo degli alleati la situazione precipitò. Una volta caduto il governo centrale e nata la Repubblica di Salò, l’Italia viveva lo stato di abbandono più profondo della sua storia. In mancanza di direttive uniformi da parte del Ministero, i soprintendenti di ogni regione rimasero soli. A Padova, l’8 gennaio del ’44, si riunirono alcuni dei soprintendenti del Paese, che decisero, di comune accordo, di far confluire tutte le opere sottoposte a protezione nel Nord Italia. Dall’altra parte, però, il Vaticano aveva aperto le porte di Castel Sant’Angelo e non solo per accogliere i beni artistici che di tutto il Paese. Bertini Calosso si trovava quindi tra due fuochi e con una difficile decisione da prendere. Spostare le opere non era facile, l’Italia stava vivendo una vera guerra civile, e al tempo stesso l’arrivo degli alleati da sud significava spesso subire dei saccheggiamenti durante le trasferte. Bertini Calosso decise quindi di giocare d’astuzia.

Il coraggio di Bertini Calosso Il soprintendente, fatte le giuste valutazioni, decise con coraggio di non far uscire le opere dall’Umbria. Nonostante gli inviti di altri soprintendenti, come Emilio Lavagnino, che si era offerto di aiutare Bertini Calosso nel trasporto delle opere, man il soprintendente umbro che aveva preso parte alla Prima guerra mondiale sosteneva che il Nord Italia fosse ben più pericoloso dell’Umbria. Il perugino di adozione decise di rifiutare anche l’invito del Vaticano, considerato il fatto che il trasporto sarebbe stato effettuato con l’aiuto delle truppe tedesche, con le quali Bertini Calosso aveva avuto già dei difficili precedenti. A Perugia, infatti, il soprintendente riuscì a impedire che le truppe naziste distruggessero la zona dei Tre archi, bene architettonico e uno dei simboli della città. Bertini Calosso preferì, quindi, spostare le opere di maggiore interesse ad Assisi, all’interno della basilica di San Francesco, che riteneva il posto più sicuro che ci potesse essere. Assisi non solo godeva dello stato di città ospedaliera e di città aperta, ma la basilica, in virtù dei Patti lateranensi e in quanto territorio vaticano, non poteva essere coinvolta nelle dinamiche del conflitto. Alla fine della guerra, le decisioni di Bertini Calosso in materia di protezione delle opere mobili risultarono vincenti, il patrimonio umbro uscì illeso dal conflitto.

La Perugia immaginata da Bertini Dopo la fine della guerra, i progetti del soprintendente per la città di Perugia puntavano al futuro. Bertini Calosso aveva progettato la riapertura della Galleria nazionale dell’Umbria in un nuovo palazzo, da finanziare attraverso i fondi del Piano Marshall. Dal momento che Perugia, anche grazie al suo stesso lavoro, non aveva subito danni rilevanti per i bombardamenti, Bertini Calosso aveva pensato di investire i fondi in tal modo. Nel progetto ideato, la nuova sede della Galleria sarebbe stata in piazza Grimana, di fronte all’Università per Stranieri, e sarebbe diventata la sede di un complesso didattico veramente visionario per i tempi. Bertini Calosso aveva pensato di spostare al piano terra del nuovo edificio la Biblioteca Augusta, a cui dare nuova vita con la nascita di laboratori per i visitatori. Sopra l’Augusta ci sarebbero stati gli uffici della sovrintendenza e gli alloggi per quei lavoratori venuti da fuori città. Infine, all’ultimo piano, avrebbe regnato la Galleria nazionale dell’Umbria. Il progetto non fu però accolto di buon occhio dalla nuova élite perugina, che, spiega la professoressa Dragoni, forse «sospettava che Bertini Calosso avesse aderito al fascismo, ma così non è stato». Questo personaggio di eccezionale avanguardia, ha poi vissuto una certa forma di ostracismo sociale, che ne hanno cancellato le memorie, anche a causa della mancanza di suoi eredi.

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