giovedì 14 novembre - Aggiornato alle 00:11

Città di Castello, tutta la stagione del Teatro degli Illuminati: apertura con Pirandello e Michele Placido

In programma anche gli Oblivion, Bulgakov, Pupi Avati, Perrotta, danza contemporanea, Lucia Calamaro e Molière

Michele Placido

di A.G.

Si apre domenica 27 ottobre la stagione di prosa al Teatro degli Illuminati a Città di Castello, con uno dei ruoli più rappresentativi per tanti grandi interpreti del teatro Pirandelliano: sarà Michele Placido a interpretare ‘L’uomo col fiore in bocca’, dialogo tra un uomo condannato a morte da un male incurabile e un viaggiatore che ha perduto il treno.

Gli altri spettacoli In ‘La Bibbia riveduta e scorretta’ (9 novembre) gli Oblivion si mettono alla prova con un vero e proprio musical comico. Germania 1455, Johann Gutenberg introduce la stampa a caratteri mobili creando l’editoria e inaugurando di fatto l’età moderna. Conscio della portata rivoluzionaria di questa scoperta, Gutenberg sta per scegliere il primo titolo da stampare, quando bussa alla porta il Signore. Dio si presenta con un’autobiografia scolpita di suo pugno su lastre di pietra e chiede a Gutenberg di pubblicarla con l’intento di diffonderla in tutte le case del mondo e diventare così il più grande scrittore della storia. Gutenberg cercherà di trasformare quello che lui considera un insieme di storie scollegate e bizzarre in un vero e proprio best seller: La Bibbia, finalmente nella versione senza censure. Un eterogeneo gruppo di attori dà vita alle magiche e perturbanti pagine di Michail Bulgakov de ‘Il Maestro e Margherita’ (20 novembre), prodotto dal Teatro stabile dell’Umbria: un romanzo potente, che passa dal registro comico alla tragedia, facendo convivere costantemente basso e alto, grottesco e sublime. Tratto da uno dei più bei film di Pupi Avati, ‘Regalo di Natale’ (17 dicembre) è il trionfo del singolo sul collettivo, è la metafora del successo di uno conquistato a spese di tutti, è il simbolo di una teatralità doppia e meschina, è un’amara riflessione su come stiamo diventando. Se il poker è lo specchio della vita, il teatro è il luogo dove attori e spettatori si possono rispecchiare gli uni negli altri. E due specchi messi uno di fronte all’altro generano immagini infinite. Mario Perrotta, accompagnato nella drammaturgia dal supporto psicanalitico di Massimo Recalcati, veste i panni del padre in ‘In nome del padre’ (24 gennaio 2020), primo capitolo di una nuova trilogia dedicata alla famiglia. nel corpo di un solo attore tre padri, diversissimi tra loro per estrazione sociale, provenienza geografica, condizione lavorativa. Uno sguardo sul presente per indagare quanto profonda e duratura è la mutazione delle famiglie millennial e quanto di universale ed eterno, resta ancora. Spazio alla danza con ‘Wolf’ e ‘Secus’ di Aterballetto (7 febbraio), doppio spettacolo di due tra i coreografi più importanti del panorama internazionale. Nel lavoro di Hofesh Shechter, ‘Wolf’, troviamo una sorta di selvaggia animalità che attraversa a tratti gli uomini e a tratti le donne. Il risultato è un pugno con il quale lo spettatore viene investito da un’onda di energia. ‘Secus’ è una creazione di Ohad Naharin: un collage musicale, che si estende dagli insoliti stili elettronici di AGF alle seducenti melodie indiane di Kaho Naa Pyar Hai alle armonie risonanti dei Beach Boys, e una coreografia stravagante, fatta di corse, assoli, gesti tersi e puliti, duetti interrotti. La casa, gli affetti, i figli sono al centro dello spettacolo di Lucia Calamaro ‘Nostalgia di Dio. Dove la metà è l’inizio’ (28 febbraio). La chiusura di stagione è affidata a Molière e a ‘Tartufo’ (31 marzo), una commedia molto divertente, un classico del teatro molieriano che unisce alla satira una riflessione sull’animo umano e sui valori sociali. Il protagonista, emblema dell’ipocrisia, indossa la maschera della devozione religiosa e della benevolenza per raggirare e tradire il suo sprovveduto e ingenuo benefattore Orgone. Uno spettacolo in cui si sovrappongono una promiscuità di temi, caratteri e intrecci che nascondono, dietro i rumorosi ingranaggi, un riso amaro.

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