L'abbraccio tra Vinicio Capossela e Sergio Piazzoli

di Ivano Porfiri

Cosa dovrebbe fare un buon cronista se sa che c’è una falla alla diga di Montedoglio mentre sta assistendo al più bel concerto della sua vita? Cosa farebbe un medico che viene chiamato mentre sta per baciare per la prima volta la donna della sua vita? Cosa si fa davanti al bivio tra dovere e piacere?

Squillava il telefono (silenziato) e i messaggi illuminavano il display, ieri sera, al teatro Morlacchi dove un genio della musica come Vinicio Capossela disegnava un quadro di note difficile da dimenticare. Difficile, anche se come dice lui «le serate veramente memorabili sono quelle in cui il giorno dopo non ti ricordi niente».

Una serata «intima» davanti a un teatro strapieno e rapito, davanti soprattutto al «fratellone» Sergio Piazzoli, quello che con Vinicio ha elemosinato uno sconto per vedere Jeff Buckley a Londra ma non c’è stato niente da fare: 35 sterline, anche se «le migliori 35 sterline che  si possano spendere» hanno ammesso poi, quando Vinicio «con il cuore rapito» voleva smettere di suonare. E’ per Piazzoli, lo stesso che aveva portato Capossela per la prima volta a Terni e a Perugia, Sala dei Notari 28/2/1992, che il cantautore è voluto tornare in Umbria per festeggiare i 20 anni dall’uscita del primo album: «All’una e trentacinque circa». Ed è stato infatti un evento unico e irripetibile, più che un concerto quello del Morlacchi. Come un compleanno, si fa una volta sola. E infatti non è mancata la torta con le candeline, in cui Capossela ha affondato la faccia, prima dell’abbraccio lungo e intenso con l’amico Sergio.

La musica ha accarezzato palchi e platea per tre ore, ripercorrendo tutta la carriera del maestro. Fin dagli esordi nei «locali fumosi» dove suonava i pezzi provati nella cantina di Jimmy Villotti, insieme a lui per l’occasione con Giancarlo Bianchetti, Enrico Lazzarini, Mirco Mariani, Achille Succi e Mauro Ottolini. Un percorso dai tempi della «Poderosa», la macchina che si rompeva per strada con Sergio che correva a recuperarlo, fino al surreale «Danke schön», ringraziamento improvvisato in tedesco perché «io sono nato in Germania e da piccolo mi vantavo di essere nato all’estero». Così lo spettacolo è proceduto a zigzag tra successi come Ultimo amore, Solo per me, Con una rosa, Scivola vai via, Corvo torvo e brani mai registrati (dal fantomatico album «Parole d’altrove»), con cambi repentini di scaletta che hanno spiazzato gli ottimi musicisti («Scusateli, questa non la sanno»), passando per «brani di serie B» come Body Guard, fatto solo per far entrare in scena il tizio con gli occhiali scuri che si aggirava sul palco. E non poteva mancare il caravanserraglio di Zampanò che si muove con il Circo Capossela. Il Mago Christopher Wonder, che si esibiva in giochi di prestigio mentre Vinicio lo accompagnava al piano senza cantare Il Gigante e il Mago per non togliere a lui la scena.

Poi la torta, il brindisi, gli abbracci, i bis. Con quel display del telefonino che richiamava all’ordine. E, un altro minuto, ecco…arrivo, sì il dovere chiama ma vince il piacere. Per una volta, maledizione, vince il piacere.

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