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lunedì 30 novembre - Aggiornato alle 20:25

Capodanno dalla Ast di Terni, la Regione avrebbe potuto impiegare molto meglio i 500 mila euro spesi

L’intervento di Giovanni Tarpani: Sarebbe stato più utile costruire una produzione ad hoc sull’Umbria con canali televisivi più specializzati

Amadeus sarà il conduttore de L'anno che verrà

di Giovanni Tarpani

Che la destra abbia un rapporto fragile con i conti pubblici è cosa nota. Appare altrettanto chiaro che una scarsa conoscenza tecnica di ciò che significa governare la complessità di una comunità locale è resa tanto più evidente in un momento di tremenda preoccupazione collettiva come quello che stiamo vivendo. Più di un osannante organo di informazione locale ha annunciato, con dovizia di particolari, il raggiunto accordo tra Rai 2, la Regione Umbria, il Comune di Terni e la rispettiva Fondazione bancaria, per la realizzazione dello spettacolo di fine anno in onda sulla rete della televisione di stato a cui noi già paghiamo il canone annuale. La speranza è che l’eccitazione degli operatori della informazione data dalla notizia abbia fatto sì che la cifra di 650.000 euro sia stata ampiamente ingigantita nelle sue dimensioni finanziarie. C’è da chiedersi come la multinazionale che ospiterà tale “evento” parteciperà allo sforzo delle istituzioni locali; l’augurio è che lo farà con una congrua sponsorizzazione. Sarebbe difficilmente comprensibile una tale spesa di denaro pubblico in una epoca in cui le famiglie e le singole persone in generale, nella loro dimensione economica, esistenziale e sociale vedessero esborsare una tale somma dai bilanci pubblici quando si fatica ad avere chiaro come arrivare alla fine del mese.

Quando tutte le attività culturali e di formazione sono chiuse a causa della pandemia e gli operatori della cultura, le scuole di base, gli organizzatori di eventi per la stessa morfologia della industria culturale sono a casa, spesso senza tutela e men che meno la cassa integrazione. Difficile giustificare tali importi e una scelta così poco specializzata e soprattutto qualificante. Molte delle attività chiuse a causa del Covid-19 hanno una funzione sociale come le scuole di formazione di base le quali contribuiscono alla socialità e in ultima analisi a una crescita culturale che si traduce in progresso civile di una comunità. Fermare del tutto l’industria dello spettacolo dal vivo significa dare un colpo ai consumi culturali e anche al posizionamento di immagine di una terra che su questo aspetto ha costruito parte della sua identità. Forse sarebbe stato meglio usare queste risorse per finanziare la ripresa delle attività delle scuole di musica e di danza, specialmente quelle che operano per i minori, finanziare progetti di produzione culturale per la riapertura della vita nelle nostre città quando finalmente usciremo dal tunnel della pandemia.

Si sarebbe così fatta una scelta in grado di salvaguardare la qualità sociale di una comunità che vive ore difficili se chiamata a immaginare il suo futuro. La risposta a queste considerazioni secondo cui le risorse impiegate non consentono di finanziare progetti di questo genere e sono invece destinate a costruire un “bel colpo di immagine “, definizione presa da uno degli articoli che annunciavano soddisfatti l’accordo raggiunto, mostra tutto il limite provinciale, paesano, e poco esperto di chi ha immaginato un simile progetto. La televisione generalista per la sua stessa natura genera flussi turistici indistinti i quali difficilmente si traducono in attività per le strutture ricettive. Spendere 500 mila euro, come riporta l’informazione citata, per il solo cast artistico di una serata televisiva consente di dire che forse sarebbe stato più utile costruire una produzione ad hoc sull’Umbria con canali televisivi più specializzati ma in grado di originare interesse e quindi “azione”, di target meglio definiti e più interessati alla visita, conoscenza e esperienza in Umbria.

Difficile? troppo elitario? non proprio! basta guardare gli itinerari turistici disegnati sul percorso della Odissea dalla Grecia e “raccontatati” dalla archeologa inglese Bettany Hughes in modo “nazional popolare” e allo stesso tempo colto ma soprattutto moderno. La razionalizzazione dell’impiego delle risorse destinate alla promozione deve andare verso obiettivi che danno una idea dell’Umbria del tutto vincolata dalla sua identità che è formata, in modo determinante se non esclusivo, dall’asse cultura-ambiente-enogastronomia. E se questo ancora non fosse comprensibile allora perché non rilanciare finanziando un grande progetto per tenere aperto tutto il sistema museale con aperture fino a mezzanotte durante tutta la prossima estate, magari facendone l’oggetto di una apposita campagna di comunicazione? Forse sono tutte ipotesi di lavoro e di indirizzo strategico incompressibili ma avrebbero il vantaggio di non considerare gli umbri come personaggi con l’anello al naso rispettosamente in piedi e con il cappello in mano davanti al cavallo di Viale Mazzini.

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