martedì 11 dicembre - Aggiornato alle 07:44

«E Baboucar guidava la fila», nel romanzo di Dozzini quel benessere che vogliamo solo per noi

Il nuovo libro dell’autore perugino è facile da leggere ma insieme difficile da mandare giù

Giovanni Dozzini (foto F.Troccoli)

di Nicola Mariuccini

Perché «E Baboucar guidava la fila» è un libro così facile da leggere ma insieme difficile da mandare giù? Quale ingrediente ne rende difficile la digestione dopo averlo facilmente consumato? Cos’è che ci costringe alla riflessione per capire cosa ci è sfuggito durante la agevole lettura? Cosa c’è di pesante dietro la leggerezza stilistica del romanzo? Se il libro fosse stato scritto quest’anno, non so davvero se Giovanni Dozzini sarebbe riuscito a tenere il polso fermo nel tentativo, riuscitissimo, di rappresentare la vita di un gruppo di richiedenti asilo in Italia come se potesse essere perfettamente normale. Negli ultimi mesi le cose sono precipitate e gli ingredienti della ricetta razzista post industriale, sono ormai evidenti ma quale è, fra gli altri, l’elemento chiave del libro?

IL LIBRO E L’AUTORE

Pregiudizio e benessere L’ingrediente è il pregiudizio, il quale si basa su consuetudini sempre più cristallizzate e localiste, che ci fa sentire così “liberi” e “felici”, mentre godiamo delle nostre piccole cose, mentre intratteniamo le nostre relazioni con il mondo, il nostro mondo, mediante il nostro smartphone ultimo strillo dello scorso anno, mentre andiamo al mare anche noi nel posto da dove postano tutti. Ecco il punto, ora che lo diciamo ci accorgiamo che l’effetto dirompente della essenzialità del Baboucar di Dozzini, sta appunto nel fatto che il godimento che traiamo da tutta questa semplicità, non deriva dallo stato di benessere che viviamo ma, in realtà, dalla consapevolezza o dalla speranza del fatto che altri siano esclusi da esso. La pienezza del godere di ciò che abbiamo, si rivela realmente completa solo se è anche esclusiva e allora ecco che la ruota di chi legge comincia a sobbalzare. La fluidità del racconto e della strada inizia a saltare come un disco rigato ma non è l’asfalto della strada che percorrono Baboucar e i suoi amici ad essere sconnessa.

Non li vogliamo vedere No, le buche ci saranno anche, fanno parte ormai del nuovo paesaggio di desolate plaghe a cui la perdurante povertà del paese ci ha ormai purtroppo abituato, ma non sono quelle che fanno saltare la ruota del lettore. La riga è nel cervello, nel nostro modo di pensare, il pregiudizio si è impossessato di noi. Dozzini gioca con le nostre ansie nel lambire tutte le volte lo scontro, l’incidente di percorso grave, nell’evitare con cura di drammatizzare i toni e cadere dunque nella trappola del pregiudizio. No, Yaya, Oussim e gli altri sono persone normali, normalmente vittime della piccola burocrazia quotidiana e delle banali e spicciole prevaricazioni di tutti i giorni, per cui basta solo un po’ di pazienza e di buon senso per venirne a capo. Ecco dunque che la normalità si fa trasgressione, come presentarsi in cravatta a un matrimonio punk, i poveri esistono ma non si vedono, non li vogliamo vedere. C’è il rischio che gli altri si accorgano che siamo poveri anche noi.

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