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domenica 16 gennaio - Aggiornato alle 20:19

A Magione negano il Colera: un articolo per contestare la decisione del commissario

Il mercato del giovedì è bastato a fare negare l’edipidemia

di Giampiero Chiodini 

Erano i mesi caldi e frenetici dell’estate 1865. Sulle rive del Lago Trasimeno, fra Torricella e Magione, a ritmi forsennati, si scavava la galleria per far arrivare il treno a Perugia: quando all’improvviso si registrarono alcuni casi di colera; forse, originati nei dormitori improvvisati e poco igienici dell’enorme cantiere. Molti minimizzarono, perché non era la prima volta che il morbo si manifestava. E poi le vittime erano soprattutto anziani e malati. Quindi, tutto sommato, si poteva andare avanti con i lavori. Ma, alla notizia che in un solo giorno si erano avuti dieci morti, le nuove autorità piemontesi, che da quattro anni governavano le terre dell’ex Stato pontificio, si dimostrarono inflessibili.

In particolare il prefetto di Perugia inviò a Magione un commissario con pieni poteri. Un tal Luccioli che per fermare i contagi da colera adottò urgenti provvedimenti di tipo igienico sanitario e, soprattutto, dette ordine di sospendere immediatamente il mercato settimanale del giovedì. Un affronto che i commercianti del centro storico di Magione non gradirono affatto. Era la prima volta che un governo bloccava la loro attività: il mercato più ricco e più vitale della fascia nord del Trasimeno.

La protesta non tardò a mettersi in moto e le modalità furono davvero originali. Fu affidata alla nuova e sbandierata libertà di stampa, garantita in tutta l’Italia unita dal nuovo governo di Vittorio Emanuele II. I commercianti di Magione furono fra i primi a sperimentarla con un comunicato stampa fatto pubblicare dal settimanale perugino ‘La Sveglia’, nel quale, contro il commissario nominato per fermare l’epidemia, lanciavano accuse gravi e ben precise. Avrebbe usato metodi autoritari e poco diplomatici, nonostante «di colera non se ne sentisse più parlare da qualche giorno». Il suo atteggiamento provocò il «disgusto di tutto il paese». Si comportò «come un caporale austriaco», arrivando, addirittura ad «impedire a due poveri girovaghi suonatori napoletani di esercitare la loro industria innocente, senza permettere neppure che si fermassero per poco a sfamarsi dopo il lungo cammino».

Non è chiaro se, in conseguenza dell’articolo il commissario Luccioli venne rimosso; ma è molto probabile che le sue decisioni furono in gran parte annacquate. L’unica cosa che sappiamo per certo – dal prezioso ‘Giornale magionese’ dello storico Giuseppe Fabretti – è che due mesi dopo quell’articolo, i casi di colera a Magione erano saliti ad 80 e si contavano già 56 morti: alcuni dei quali erano operai del grande cantiere della galleria Torricella-Magione. Sempre Fabretti ci informa che quei morti di Magione suscitarono nella popolazione dolore, sgomento e tanta preoccupazione per il sostentamento di mogli, figli e famiglie delle vittime del colera. A Perugia e a Passignano furono organizzate collette pubbliche per raccogliere somme di denaro da distribuire ai parenti. E l’intero ricavato fu affidato a Stanislao Nicolai, avvocato di Magione da tutti stimato, che il prefetto di Perugia convinse pure ad accettare la carica di sindaco, in ragione della difficile situazione in cui l’epidemia aveva gettato la sua città natale.

 

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