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domenica 5 febbraio - Aggiornato alle 12:55

Ventitré lavoratori sfruttati a Corciano. Turni raddoppiati, domeniche in servizio e poche ferie

Nel negozio di abbigliamento i contratti non venivano rispettati. Pm: «Avevano bisogno, il capo si approfittava»

©Fabrizio Troccoli

di Enzo Beretta 

L’amministratore di un negozio di Corciano che vendeva abbigliamento e articoli di vestiario all’interno di un noto centro commerciale è finito sotto inchiesta con l’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Contro il 50enne, originario di Portici, e i suoi collaboratori, di 54 e 58 anni, pure loro campani, che si sono alternati nell’incarico dal febbraio 2016, la Procura della Repubblica di Perugia ha avanzato la richiesta di rinvio a giudizio.

«Stato di bisogno» Stando a quanto emerso nel corso delle indagini i tre «utilizzavano, assumevano e impiegavano manodopera alle dipendenze della società, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno».

Domeniche, ferie e matrimonio In particolare 23 lavoratori, i cui nominativi vengono elencati dal pm Anna Maria Greco nell’elenco delle persone offese, secondo l’accusa venivano «assunti con contratti a termine, a condizione che lavorassero per 40 ore alla settimana, mentre l’orario lavorativo dichiarato nel contratto, e retribuito, sarebbe stato di 22/23 ore settimanali». Stando alle carte della Procura, inoltre, i lavoratori venivano «costretti a sistematiche prestazioni di lavoro tutte le domeniche in assenza delle dovute maggiorazioni retributive e compensazioni» mentre il godimento delle ferie – è sempre l’accusa – era consentito solo per un paio di settimane nonostante il Contratto nazionale ne preveda quattro. Da una dipendente – proseguono gli atti dell’inchiesta – si è preteso che in occasione del matrimonio sfruttasse le ferie ordinarie anziché il «dovuto permesso specifico»: alla donna «non le sono state corrisposte per due mesi neppure le indennità di maternità erogata dall’Inps».

«Non avevano altri redditi» I fatti contestati vanno dal dicembre 2014 alla fine del 2017. La Procura contesta agli imputati – difesi dagli avvocati Maurizio Capozzo, Vittorio Lombardo e Guglielmo Abbate – l’aggravante dello «stato di bisogno delle persone offese derivante dall’assenza di diverse fonti di sostentamento e quindi della necessità di procurarsi reddito lavorativo mediante tale impiego». Tra le fonti di prova menzionate nella richiesta di rinvio a giudizio ci sono le informative dell’Ispettorato territoriale del lavoro di Perugia, i verbali di accertamento, la documentazione del’Usl Umbria 1 e le dichiarazioni spontanee dei dipendenti.

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