sabato 20 ottobre - Aggiornato alle 08:23

Esce un’ora prima dall’ufficio, condannata a pagare 20 mila euro: caso di fronte alla Corte costituzionale

Sospesa la sentenza che riguarda una dipendente del Comune di Assisi: «Sanzione sproporzionata e irragionevole»

La sede della Corte costituzionale

di Daniele Bovi

Una condanna a 20.064 euro, equivalenti a sei mesi di stipendio, per essere uscita un’ora prima dal lavoro in quattro occasioni. I fatti, che riguardano una dipendente del Comune di Assisi difesa dall’avvocato Siro Centofanti, si riferiscono alla fine del marzo 2017 ma ora la Sezione giurisdizionale della Corte dei conti dell’Umbria ha sospeso la sentenza, basata sul decreto legislativo 116 del 2016 (cioè la riforma Madia voluta dal governo Renzi) che prevedeva, per una timbratura irregolare del cartellino anche di pochi minuti, una condanna non inferiore ai sei mesi di stipendio. Nel corso del giudizio infatti l’avvocato Centofanti ha sollevato la questione di costituzionalità dell’articolo 1 del decreto sia perché la legge 124 del 2015 non conteneva una delega al Governo per introdurre norma in materia di responsabilità contabile, sia perché la previsione di un danno, pari alla retribuzione di sei mesi, era assurda e sperequata rispetto ad assenze di poche decine di minuti.

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Tutto sospeso Con un’ordinanza datata 9 ottobre la magistratura contabile ha accolto le valutazioni di Centofanti, giudicando la misura sanzionatoria prevista dalla norma «eccessiva, sproporzionata e manifestamente irragionevole», sollevando dunque questione di legittimità costituzionale della norma stessa sotto entrambi i profili. La Corte nell’ordinanza spiega anche che la disposizione «viola i principi fondamentali e generali in materia sanzionatoria, impedendo al giudicante una valutazione appropriata della fattispecie concreta, adeguando a essa la complessiva risposa sanzionatoria». A questo punto, se la questione di legittimità venisse accolta la norma che prevede il danno minimo di sei mesi verrebbe annullata e decadrebbe per tutti i dipendenti pubblici italiani.

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I fatti Come ricostruito nell’ordinanza, la dipendente del Comune «avrebbe falsamente attestato la propria presenza in servizio nei giorni 20, 22, 27 e 29 marzo 2017 tra le 17 e le 18»; «pur uscendo effettivamente alle 17 avrebbe attestato la propria presenza sino alle 18». Ciò è stato reso possibile dal fatto che la donna lavora in un ufficio separato dalla sede comunale (solo in quest’ultima ci sono gli apparecchi che rilevano le presenze), dove l’uscita si certifica su un modello. Di fronte alla Corte la donna si è difesa spiegando di aver lavorato per tutto il giorno senza usufruire della pausa pranzo e sottolineando che, avendo compilato i moduli alcuni giorni dopo, non poteva ricordare con precisione l’ora di uscita. Per la difesa dunque non c’è né dolo né intenzionalità, e inoltre va tenuto conto anche della esiguità del danno.

Twitter @DanieleBovi

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