lunedì 23 settembre - Aggiornato alle 02:40

Valnestore, pm chiedono archiviazione: «Enel non c’entra con le morti e i tumori»

In relazione ai numerosi decessi erano stati inizialmente ipotizzati i reati di omicidio colposo e lesioni. Decisiva la relazione dell’Usl 1

Gli uomini del Noe in Valnestore (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

«Non può dirsi sussistente il nesso causale tra le condotte contestate agli indagati e gli eventi di morte e lesioni personali per malattie tumorali». Una lunga richiesta di archiviazione, scritte dalla Procura della Repubblica di Perugia, sembra mettere la parola fine alle ipotizzate pesantissime accuse di omicidio colposo e lesioni contestate a nove indagati tra cui gli amministratori e i responsabili di Enel Produzione e gli amministratori della Valnestore sviluppo Srl. Nell’atto firmato dai pubblici ministeri Paolo Abbritti e Gemma Miliani compaiono i nomi di 233 persone offese: parenti di persone morte tra il 1992 e il 2017 e di altri malati colpiti da tumore. In relazione a quei decessi era stato inizialmente ipotizzato il reato di omicidio colposo, per il quale dopo mesi di indagini è stata chiesta l’archiviazione insieme alle lesioni e all’inquinamento ambientale. Si tratta di uno stralcio del fascicolo che nell’ottobre scorso aveva portato alla chiusura del primo troncone di inchiesta – 350 mila tonnellate di ceneri sottoterra – relativo all’omessa bonifica e all’inquinamento ambientale (reato oggi cassato dai pm).

La relazione dell’Usl Umbria 1 Scrivono oggi i magistrati a proposito dell’omicidio colposo e delle lesioni: «Gli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari depongono per l’infondatezza della notizia del reato o comunque appaiono inidonei a sostenere l’accusa nel corso del giudizio». Proseguono Abbritti e Miliani: «Le doglianze e i fatti riportati dalle persone offese appaiono difficilmente idonee alla luce delle risultanze degli approfonditi accertamenti effettuati dall’Usl Umbria 1 a rendere configurabili condotte causali ad attribuire l’evento lesivo morte o lesioni personali agli indagati in precedenza individuati». Stando a quanto ricostruito «l’attività di produzione di energia elettrica avveniva attraverso la combustione della lignite; il particolato che si formava durante il processo di combustione costituiva le ceneri, 20% pesanti (o scorie), 80% leggere, che venivano caricate in camion attrezzati per il trasporto sfusi e riutilizzate prevalentemente nell’industria cementiera. L’analisi delle materie prime impiegate nei processi interni e di produzione di energia elettrica rivela, per alcuni gruppi omogenei di lavoratori, una esposizione ad agenti cancerogeni come le fibre di amianto/Fcr, quarzo, metalli pesanti cancerogeni (nichel, arsenico, cobalto, cromo esavalente), Ocd, Pcb». «Tuttavia – si legge nelle recentissime carte della Procura – gli accertamenti particolarmente complessi per il numero elevato di persone offese, per l’arco temporale intercorso e per la specificità tecnico scientifica della materia, non sono in grado di provare oltre ogni ragionevole dubbio il nesso causale tra le condotte poste in essere e l’evento morte o lesione negli anni delle persone offese. I risultati degli accertamenti medico scientifici – prosegue l’atto – hanno consentito di individuare che alcune attività a rischio cancerogeno sono state espletate sia in centrale che in miniera fino agli anni ’90 e rappresentate dalle attività di escavazione in miniera con terreno argilloso, alla presenza di materiali contenenti amianto e fibre ceramiche refrattarie come coibentanti, guarnizioni o parti di macchine e attrezzature, ad attività di saldatura svolte sia in officina che in ambiente esterno. Si tratta di agenti e lavorazioni associati a particolari tipi di tumore tra cui in primo luogo, per frequenza, i tumori dell’apparato respiratorio che sono quelli che ci si dovrebbe attendere anche nella popolazione lavorativa interessata. La relazione dell’Usl Umbria 1 rileva che, in assenza di documenti certi, non è possibile per alcuno esprimersi in termini di mortalità e morbosità per patologie neoplastiche nella popolazione lavorativa in questione. Le attività svolte dagli anni ’90 in poi, perlomeno per quanto attiene agli obblighi documentali e le attività di sorveglianza sanitaria, appaiono essere state condotte nel rispetto della normativa di salute e sicurezza vigenti, tenendo anche conto delle informazioni scientifiche disponibili al momento».

Chiesta un’altra archiviazione Il documento si conclude parlando dell’inquinamento ambientale: «Sebbene sia stato rilevato il superamento di alcune soglie di Csc (Concentrazioni soglia di contaminazione) la sola rilevazione dello stesso non è significativa dell’effettiva compromissione della matrice ambientale. Ai fini dell’integrazione del reato di inquinamento ambientale è richiesto un deterioramento significativo e misurabile dell’ambiente, nella specie acqua, aria, suolo, sottosuolo ed ecosistema». Anche in questo caso è stata avanzata richiesta di archiviazione.

La conferenza stampa L’avvocato Valter Biscotti, che tutela gli interessi delle persone offese, ha già indetto per venerdì mattina una conferenza stampa anticipando l’opposizione alla richiesta di archiviazione. «Rappresento circa 250 famiglie che mi hanno chiesto di scoprire se le loro malattie e i loro morti sono causati dall’attività della centrale. Ho il compito di andare fino in fondo e di scoprire la verità»

I commenti sono chiusi.