venerdì 18 gennaio - Aggiornato alle 00:15

Schiave dalla Libia per farle prostituire a Perugia: sgominata banda per tratta di esseri umani

Otto arresti tra la zona di Fontivegge, via della Pescara e altre regioni: violenza e riti voodoo. Una ragazza costretta ad abortire

di Enzo Beretta

Otto ordinanze di custodia cautelare – cinque in carcere, tre agli arresti domiciliari – sono state emesse dal gip Lidia Brutti nell’ambito di un’operazione della Direzione distrettuale antimafia sulla tratta di essere umani che dalla Nigeria arrivavano in Italia attraverso la Libia. Secondo la ricostruzione della Procura diretta da Luigi De Ficchy alcuni nigeriani, accusati di associazione per delinquere, hanno introdotto «illegalmente» in Italia donne, anche minorenni, da destinare al successivo sfruttamento della prostituzione. «Approfittando della loro vulnerabilità – è spiegato nell’ordinanza di 120 pagine – inferiorità psichica, minore età e necessità».

VIDEO

Il blitz All’alba di mercoledì pattuglie della squadra mobile e del Reparto prevenzione crimine hanno circondato le zone di via del Macello e via Tosca del quartiere Fontivegge e via della Pescara, effettuando un blitz che ha consentito di catturare tutti e cinque i componenti della organizzazione criminale qui dimoranti; in contemporanea altri investigatori della Mobile perugina, già da qualche giorno in trasferta per individuare con certezza gli obiettivi, hanno arrestato gli altri tre a Treviso, Prato e Castelvenere (Bn), sgominando l’ intera banda composta appunto da 8 cittadini nigeriani. Le perquisizioni hanno consentito di sequestrare agende con nomi e cifre, pacchi di preservativi e materiale informatico che sarà analizzato.

FOTOGALLERY

I ‘ghetti’ Le indagini della polizia hanno accertato ruoli e responsabilità. «Organizzavano e procuravano l’ingresso clandestino in Italia di alcune nigeriane e di altre ragazze – è spiegato nel capo d’imputazione – gestendo il loro viaggio dalla Nigeria alla Libia, la loro permanenza nei ‘ghetti’ sulle coste libiche, dove i migranti venivano sottoposti a violenze e privazioni, la traversata via mare fino all’Italia su fatiscenti imbarcazioni (ponendo così a rischio la vita stessa di migranti) e il successivo trasferimento dai centri di accoglienza italiani nel territorio di destinazione finale (l’Umbria e Perugia)». Ad alcuni indagati viene contestata l’aggravante di aver operato insieme a soggetti non identificati appartenenti a gruppi criminali stanziati in Libia che gestiscono i ‘ghetti’ e farebbero parte di organizzazioni criminali estere dedite alla tratta di migranti via mare sempre sulla rotta Libia-Italia.

Riti voodoo Dalle indagini è emerso che sono due gli organizzatori mentre gli altri avrebbero svolto il ruolo di partecipi. In particolare i due promotori, oltre a organizzare e gestire la tratta dalla Nigeria alla Libia, avrebbero mantenuto «continui contatti con i sodali stanziati in Nigeria che si occupano del reclutamento nonché con i referenti in Libia che gestiscono i rapporti con le famiglie d’origine delle donne trafficate, anche imponendo la sottomissione al rito voodoo, nonché le modalità di pagamento del debito di ingaggio, il successivo collocamento nel territorio di destinazione finale e lo sfruttamento della prostituzione».

Procurato aborto L’inchiesta – spiega la polizia – è scattata nel 2016 dopo la denuncia di una giovane nigeriana che aveva denunciato di essere stata costretta a prostituirsi per pagare diecimila euro ad alcune persone. L’indagine si è dunque concentrata nel triangolo via del Macello-via Tosca-via della Pescara. Le accuse – riferiscono in questura – vanno dall’associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani alla riduzione in schiavitù. Vengono contestati inoltre i reati di favoreggiamento e sfruttamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione, rapina, estorsione e procurato aborto nei confronti di una giovane prostituta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.