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mercoledì 29 giugno - Aggiornato alle 15:48

Thyssen, lo sfogo di un dirigente condannato: «Sono un assassino e non sapevo di esserlo»

«Sono un assassino e non sapevo di esserlo». Inizia così una lettera di Marco Pucci, uno dei 6 manager della Thyssen condannati per il rogo che costò la vita a 7 operai

Un momento del processo Thyssen a Torino

di Iv. Por.

«Sono un assassino e non sapevo di esserlo; l’ho scoperto, con mio grande stupore e terribile sorpresa, la sera del 15 aprile scorso, quando un messaggio sul Blackberry, alle 21.30, mi ha annunciato che la seconda Sezione della Corte di Assise di Torino aveva pronunciato la sentenza di condanna nei miei confronti e nei confronti di altri miei cinque colleghi».

Inizia così una lunga lettera aperta scritta da «Marco Pucci, cittadino italiano», come si firma uno dei sei manager della ThyssenKrupp condannati per il terribile incidente avvenuto all’1.30 del 6 dicembre 2007 nello stabilimento di Torino che costò la vita a sette operai. Marco Pucci, consigliere delegato della ThyssenKrupp Acciai speciali Terni per commerciale e marketing, è stato condannato per omicidio colposo a 13 anni e mezzo di reclusione. Pubblichiamo la sua lettera integralmente:

Sono un assassino e non sapevo di esserlo; l’ho scoperto, con mio grande stupore e terribile sorpresa, la sera del 15 aprile scorso, quando un messaggio sul blackberry, alle 21.30, mi ha annunciato che la II^ Sezione della Corte di Assise di Torino aveva pronunciato la sentenza di condanna nei miei confronti e nei confronti di altri miei cinque colleghi

Sono stato condannato a 13 anni e 6 mesi, condanna che spero, ne sono assolutamente fiducioso, verrà ribaltata già nel prossimo grado di giudizio.

Sono un assassino, ma non ero considerato tale quando, subito dopo il drammatico incidente della linea 5 di Torino, andai in quella città, che non era usualmente meta della mia attività nel settore commerciale, ed in quello stabilimento, che non avevo mai visto prima. Andai a Torino per portare il cordoglio, della nostra società, ai familiari delle vittime tragicamente scomparse nella notte tra il 5 ed il 6 dicembre 2007. Nessuno dei familiari mi considerava un assassino, tutti mi accolsero con garbo e con parole di comprensione, dicendomi: «ingegnere lei non c’entra nulla; lei non è responsabile di quanto accaduto; cosa c’entra lei ?». Questo dicevano i familiari nell’immediatezza dell’incidente; questo dicevano quando ho consegnato loro il primo sostegno economico, necessario per coprire le prime inaspettate spese; questo dicevano, mentre alcuni di loro mi davano una foto a ricordo del congiunto defunto nell’incidente.

Poi il tam tam mediatico ha cominciato – a senso unico ed in modo assordante – ad inculcare nella coscienza collettiva che i managers della multinazionale tedesca erano tutti degli assassini ed in questo vortice  mediatico, io – con la mia unica e sola delega in materia commerciale e marketing -ed i miei colleghi, siamo diventati degli assassini.

Questa assurda e surreale vicenda mi ricorda il terribilmente vero film di Nanni Loy “Detenuto in attesa di giudizio” dove un bravissimo Alberto Sordi interpreta il personaggio di Giuseppe Di Noi, il quale – vivendo un incubo kafkiano – si vede coinvolto nella drammatica farraginosità e nel disequilibrio  del nostro sistema giudiziario. Il cognome del protagonista, Di Noi, non è casuale in quanto è un chiaro riferimento alla possibilità che ciascuno “Di Noi” potrebbe incappare nelle medesime disavventure giudiziarie.

Disavventure giudiziarie in cui sono incappato e mi trovo coinvolto!

A questo punto è opportuno che mi presenti; mi chiamo Marco Pucci e sono consigliere delegato della ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni con delega, come ho già scritto sopra, al solo Commerciale ed al Marketing; quale è la mia colpa? Secondo la Procura ed, a questo punto, secondo la II^ Sezione della Corte di Assise di Torino proprio quella di essere un consigliere delegato. In quanto tale avrei preso decisioni congiunte con gli altri due miei colleghi del consiglio di amministrazione, Espenhahn e Priegnitz, in merito agli investimenti ed alla sicurezza dello stabilimento di Torino, nell’ambito di un “sedicente” comitato esecutivo, che – né al tempo del tragico incidente né dopo – esisteva ed esiste.

Intanto, proprio per le deleghe conferite specificamente a ciascun consigliere delegato, nessuno di noi aveva ed ha il mandato di prendere decisioni in sovrapposizione con gli altri o sostituendosi all’uno o all’altro, tanto che dai documenti sequestrati dalla Procura non ce ne è uno che attesti che il “sedicente” comitato esecutivo esistesse e che, quindi ed a maggior ragione, poteva prendere decisioni in merito allo stabilimento di Torino ed agli investimenti relativi alla sicurezza dello stesso.

Pertanto, mi chiedo, alla luce della condanna inflittami, quale è la mia colpa? Mi chiedo, se l’incidente fosse accaduto in una fabbrica non destinata a chiudere, le accuse e la conseguente condanna sarebbero state le stesse? Mi chiedo, se fosse stata coinvolta un’azienda italiana al posto di una multinazionale tedesca, l’esito del processo di I° grado sarebbe stato lo stesso? Sono domande ragionevoli per le quali non chiedo una risposta, ma soltanto una obiettiva riflessione.

Inutile dire quale è il pensiero delle persone che mi conoscono in merito alla vicenda che mi ha visto e mi vede involontario protagonista, vorrei citare un messaggio, ricevuto il 16 aprile, come esempio dei tanti che ho ricevuto «E’ da stamattina che vorrei chiamarla ma, devo essere sincera, non ho ancora trovato il coraggio. Quando ho sentito il telegiornale sono rimasta incredula, mi dispiace così tanto per lei, una persona con la quale lavoro da quasi sei anni, una persona che credo ormai di conoscere abbastanza bene e che sono sicura al 100 % non c’entri assolutamente nulla con questa tragedia. Sono davvero triste e mi dispiace tanto per lei e la sua famiglia. Sentire il suo nome in televisione come se si parlasse di un assassino e sapere che lei è assolutamente innocente mi fa davvero male. La abbraccio con affetto e con ancora più stima del solito».

Non sono un assassino, sono soltanto vittima di un enorme errore giudiziario, di un processo mediatico, piuttosto che di un processo giusto, che non ha minimamente preso in considerazione le tantissime ragioni e prove a discolpa portate dalla difesa. Quello che chiedo, e lo chiedo soprattutto come cittadino, è quello di avere – fin dal prossimo grado di giudizio – un ambiente sereno, senza l’assurda amplificazione mediatica che ha accompagnato il giudizio di primo grado, con la possibilità che vengano questa volta debitamente considerate le nostre ragioni e motivazioni difensive, senza che si corra il rischio che i testimoni della difesa diventino, solo per il fatto di essere testimoni della difesa, “falsi testimoni” o che le persone chiamate a testimoniare, prima di assolvere con serenità a detto obbligo, debbano leggere – su qualche quotidiano – di essere indagate, come è avvenuto nel caso di alcuni ispettori dell’ASL, per omissione di atti di ufficio o, addirittura, per concorso in procurato infortunio!

Quello che chiedo, quindi, è che già nel successivo grado di giudizio non aleggi la pesante ombra che fattori esterni possano influenzarne l’esito, perché quello che tutti ci aspettiamo, e lo dobbiamo soprattutto alla memoria dei sette ragazzi deceduti nel tragico incidente, è che venga fatta giustizia, quella vera!

Marco Pucci

Cittadino italiano

 

 

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