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lunedì 30 gennaio - Aggiornato alle 06:25

Omicidio Terni, Ridha ucciso «con inaudita ferocia»: esito autopsia in 60 giorni

Si indaga ancora sull’assassinio del 39enne. Il difensore di Samuel valuta il Riesame

di M.R.

I sanitari del 118, quella sera del 27 novembre, non hanno potuto far altro che constatare il decesso del 39enne Ridha Jamaooui, avvenuto in conseguenza di ‘morte violenta — trauma cranico’; il cadavere è stato rinvenuto disteso supino a terra, con segni di trauma del volto e del capo, un orecchio gonfio, un occhio nero, ferite alla fronte e alle labbra e presenza di vomito. Circostanze confermate dall’ispezione esterna del corpo eseguita dal medico legale. Ma molto di più potrà dire l’esame autoptico per il quale lo scorso venerdì è stato incaricato dal Pm, il dottor Luca Tomassini, al quale sono stati concessi 60 giorni di tempo per depositare la relativa documentazione in Procura. Quelle carte potrebbero rivelarsi indispensabili per le indagini che, in presenza di un unico attuale indiziato di delitto (l’ipotesi di reato è l’omicidio) proseguono ancora.

Omicidio a Terni Tanti gli interrogativi messi in evidenza dal procuratore capo Alberto Liguori nel giorno della conferenza stampa due giorni dopo la tragedia, che potrebbero non avere trovato ancora risposta, come pure deve trovare giustificazione quella insistenza sull’abuso diffuso di alcol e droga richiamato nella stessa circostanza. Nel ricostruire la dinamica dei fatti è emerso come, al momento del sinistro, il ciclista investito procedesse in modo disordinato: «A un certo punto, sicuramente anche per l’alcool del ciclista che barcollava, il diverbio passa ai fatti». «La statistica – aveva premesso il procuratore – ci consegna un uso smodato di stupefacenti e alcool. È un problema da affrontare, soprattutto tra i giovani. In sede di laboratorio vedremo se domenica sera c’è stato uso solo di alcool o anche di altro». Il ciclista quella sera ha fatto accesso al pronto soccorso e non si esclude possa essere stato sottoposto a esami tossicologici. Ad ogni modo, come risulta dal lavoro svolto sin qui dagli inquirenti, non è lui l’aggressore del 39enne tunisino ammazzato di botte, ma un suo amico (Samuel Obagbolo). Quest’ultimo sarebbe intervenuto a difesa del suo connazionale nella trattativa, pare, per un risarcimento a seguito di incidente stradale con un italiano (a sua volta difeso dall’operaio che in strada ha trovato la morte). I due nigeriani avevano trascorso del tempo assieme nei minuti precedenti, intrattenendosi per un po’ al bar Aci. Sul presunto assassino comunque non risulta siano stati effettuati test per verificare eventuali tracce di stupefacente. Il giovane non aveva segnalazioni come assuntore e comunque si è presentato in caserma solo 24 ore dopo il decesso di Ridha, quindi collegare l’eventuale presenza di droga o alcol al fatto di sangue del giorno prima sarebbe stato pressoché impossibile in ogni caso.

Samuel in carcere Il 26enne Samuel Obagbolo, marito, papà e richiedente asilo, resta comunque per ora l’unico indiziato di delitto e per questo sottoposto a fermo dietro le sbarre di una cella nella casa circondariale di Spoleto. Secondo quanto si legge nelle carte, il giorno dopo la tragedia di via Romagna si era reso irreperibile recandosi a Perugia, consegnandosi ai carabinieri solo 24 ore dopo circa, su insistenza di un militare. Ipotetici appoggi in Germania dove ha vissuto per diverso tempo hanno avvalorato l’ipotesi che potesse darsi alla fuga una volta scarcerato. Tuttavia il suo legale, Francesco Montalbano, non esclude il ricorso al Riesame per una misura meno restrittiva e ad ogni modo le indagini delle forze dell’ordine proseguono. Perché tanta violenza tra due persone almeno apparentemente sconosciute? Perché quelle parole ‘Te la farò pagare, pezzo di m…’ che secondo un testimone l’aggressore avrebbe pronunciato inseguendo la vittima su per le scale tra le aiuole del condominio davanti al distributore Eni? «La circostanza che l’indagato abbia, immotivatamente, aggredito una persona a lui sconosciuta, con tale e tanta ferocia da provocarne la morte – scrive il giudice nell’ordinanza di convalida del fermo – dimostra una personalità del tutto priva di freni inibitori, di una inaudita aggressività che, appare, con ogni probabilità, suscettibile di manifestarsi nuovamente a prescindere dalla formale incensuratezza dello stesso».

 

 

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