giovedì 20 giugno - Aggiornato alle 16:08

Terni, l’inchiesta sulla Diocesi ad una svolta: sette indagati, c’è anche Stefano Bigaroni

Luca Galletti e mons. Vincenzo Paglia

di Marco Torricelli

Traballa. Come se l’avessero svegliata di soprassalto. Terni è quasi costretta a prendere atto che, effettivamente, in quell’andirivieni continuo – tra gli uffici della Diocesi e i palazzi del potere, tra le carte bollate e gli atti di compravendita, tra i palazzi e i terreni che andavano e venivano come fossero bruscolini – c’era qualcosa di strano.

Il filone Per il momento sono sette le persone sulle quali indaga la procura e che, per questo, hanno ricevuto un’informazione di garanzia dalla dottoressa Elisabetta Massini. Il filone di indagine, per ora, è quello relativo alla vendita, da parte del Comune di Narni del castello di San Girolamo. Le ipotesi di reato sono quelle di truffa, proprio a danno del comune, di falso ideologico e di abuso di ufficio. Il castello venne venduto, tra il 2011 e il 2012, per un milione e 760 mila euro. Doveva diventare un albergo, ma sta cadendo a pezzi.

Gli ‘avvisi’ A ricevere l’informazione di garanzia è stato, l’ex sindaco di Narni, Stefano Bigaroni, visto che la vendita avvenne quando era lui il primo cittadino narnese; due architetti, dipendenti del Comune, Antonio Zitti e Alessandra Trionfetti; un notaio ternano, Gian Luca Pasqualini; due dipendenti (forse, a questo punto, ex) della Diocesi: Paolo Zappelli e Luca Galletti, oltre al figlio di quest’ultimo, Simone, che risulta aver partecipato ad alcune delle operazioni che hanno avuto il padre come protagonista. Inutile sottolineare che ricevere un ‘informazione di garanzia’ non significa essere colpevoli, ma è certo che questa, per Bigaroni, a cui verrebbe contestato l’abuso di ufficio, equivale ad una bastonata sulle ginocchia, visto che l’ex sindaco di Narni è impegnato nella corsa all’assessorato regionale, in sostituzione di Gianluca Rossi.

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I dipendenti Settemila euro. Al mese. Sarebbe stato lo stipendio mensile, come direttore dell’ufficio tecnico della diocesi, di Luca Galletti. Al quale, stando alle voci che arrivano da piazza del Duomo, avrebbe rinunciato. Già, perché pare che il ‘maltese’ (a proposito, per chi tiferà, visto che martedì sera si gioca Malta-Italia di calcio?) si sia dimesso proprio in queste ore. Mentre più incerta pare la sorte del direttore dell’ufficio amministrativo, Paolo Zappelli, al quale, peraltro, già da giorni l’amministratore apostolico, monsignor Ernesto Vecchi, aveva revocato il diritto di firma, concesso in passato dal vescovo, Vincenzo Paglia: anche il suo posto, comunque, sarebbe a rischio. Se non già saltato.

Le proprietà Un interrogativo, serio, che ci si pone – e che i provvedimenti della diocesi, o le autonome decisioni dei due, fa diventare decisivo – è quello relativo alle proprietà dei vari beni immobiliari e dei terreni che farebbero parte del patrimonio della diocesi. Ecco, farebbero. Perché in molti dei documenti che attestano la proprietà di quei beni, la diocesi non c’è, ma ci sono, invece, i nomi delle società che fanno riferimento ai due (tre, con il figlio di Galletti) ed agli imprenditori loro soci. Ma non solo: perché quelle proprietà sono, per la gran parte almeno, gravate da pesanti ipoteche, visto che grazie a loro sono stati accesi mutui per milioni di euro e molto onerosi sotto il profilo degli interessi da pagare. Con una banca, in particolare (peraltro in questo periodo già abbastanza ‘esposta’ anche sotto il profilo mediatico), che ne avrebbe erogati per una decina di milioni di euro.

Martellino Il neo procuratore della Repubblica, Cesare Martellino, martedì mattina si è limitato ad allargare le braccia: «Quello che so, su questa storia, l’ho imparato leggendo i vostri articoli – ha detto – perché non ho avuto davvero il tempo materiale per confrontarmi con i colleghi». Che avevano «chiesto di parlare con me del lavoro che stavano svolgendo – ha detto ancora Martellino – ma davvero non ce n’è stata la possibilità». Inutile anche sollecitare una semplice impressione: «Tenete presente che io, fino alla fine dello scorso anno – ha concluso il procuratore – stavo all’estero e, davvero, di quello che succedeva a Terni non sapevo nulla».

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