giovedì 3 dicembre - Aggiornato alle 14:50

Terni, nella galleria ‘Tescino’ piove veleno: «Lì dentro è cominciato il mio calvario»

Alessandro Ridolfi, contaminato nella galleria dei veleni

di Marco Torricelli

Alessandro Ridolfi ha 41 anni e da quattro la sua vita è diventata un incubo. Da quel 18 marzo del 2009, quando – dentro la galleria ‘Tescino’, sulla superstrada Terni-Rieti, allora in fase di realizzazione e oggi al centro di un caso per le continue infiltrazioni sospette – finì sotto la ‘pioggia’ che scendeva dalla volta del tunnel. Una pioggia che lo avrebbe segnato. In tutti i sensi.

Le piaghe Il liquido gli colò in faccia, racconta, «e già la sera, tornando a casa, mi accorsi di avere problemi alla vista (Alessandro ha già perso un occhio, in passato, a causa di un incidente; ndr) e, al mattino dopo, con orrore mi sono accorto di aver perso le ciglia e brandelli di pelle, che erano rimasti attaccati al cuscino».

In ospedale La corsa in ospedale, le analisi e poi gli accertamenti più approfonditi «predisposti dall’Inail di Arezzo (Alessandro vive da quelle parti; ndr) presso le unità di medicina del lavoro di Siena, Pisa a Brescia» hanno portato ad una diagnosi terribile: «Sono affetto – racconta – da una polisensibilizzazione ad allergeni molteplici, come cromo e metalli pesanti, incurabile e con dermatite eczematosa diffusa in tutto il corpo».

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Il cromo Passato il primo periodo di crisi più acuta, racconta ancora Alessandro Ridolfi, «volli tornare al lavoro, ma non fui nemmeno in grado di avvicinarmi alla galleria, perché mi bastò passare accanto alle acciaierie perché si riacutizzassero immediatamente i fenomeni di eruzione cutanea». In sostanza si stabilì, poi, che il cromo che il suo organismo aveva assimilato «ha aggredito il mio sistema immunitario, mettendo a repentaglio tutto il mio organismo».

La sentenza Del suo caso si sono occupati clinici illustri «come il professor Pietro Apostoli e il professor Antonio Cristando, specialisti in medicina del lavoro, che hanno riconosciuto il legame tra quell’episodio e la mia malattia, tanto che il tribunale di Arezzo ha accertato la presenza di un danno grave permanente ed eziologicamente connesso all’infortunio subito nella galleria ‘Tescino’». Scavata sotto una discarica e dentro la quale continua a piovere, anche dopo i lavori fatti di recente dall’Anas.

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Vita rovinata Da allora la vita di Alessandro è diventata un calvario: «Semplicemente toccare un oggetto ‘sbagliato’ – non tutti lo sanno, ma in oltre 1.200 oggetti di uso comune sono contenuti metalli pesanti – mi provoca, piaghe, ulcere e la rottura dei capillari. Ulcere che mi si sono formate anche dentro l’occhio, provocandomi un glaucoma cronico». Il tutto aggravato dal fatto che «la mia patologia mi impedisce di assumere cortisone e mi permette cure molto blande, a base di iodopovidone (il Betadine; ndr) e con effetti decisamente scarsi». Tanto che in due anni è finito all’ospedale per oltre 60 volte.

In montagna Sua moglie, Elisa, e la sua bambina di 9 anni sono costrette a fare molta attenzione anche nell’avere contatti con lui, per non fargli del male: «Sono venuto a vivere in montagna – racconta Alessandro – nel piccolo borgo dove vivono mio padre e pochissime altre persone, perché l’aria è più pulita. Devo usare detergenti specifici per l’igiene personale, perché i saponi tradizionali contengono metalli pesanti che per me sarebbero dannosi e per lo stesso motivo devo scegliere con estrema cura anche i capi da indossare».

Il rischio Lui, che nella vita precedente o, meglio, quando ancora aveva una vita, era un tecnico esperto nella valutazione dei rischi – «ero il responsabile della sezione sicurezza in relazione all’uso degli esplosivi» – non aveva certo messo in preventivo ‘quel’ rischio a cui espose quel giorno: «E non fui il solo a farmi del male – racconta – perché quel liquido investì anche un operaio, ma solo alle mani e se la cavò con delle ustioni che guarirono in qualche mese».

Il processo Ora, dice Alessandro Ridolfi, «la mia speranza è che le indagini, che si stanno svolgendo sotto il coordinamento della procura della repubblica di Terni, portino alla celebrazione di un processo e che in quella sede emergano tutte le responsabilità e che chi ha sbagliato sia costretto ad assumersi le proprie responsabilità. Perché io, da quel 18 marzo, sopravvivo con una misera pensione e con grandi sofferenze».

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