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domenica 22 maggio - Aggiornato alle 19:46

Suora-detective non si fa ingannare per la seconda volta: si porta i carabinieri nel monastero

Assolto l’uomo che le rifilò 50 euro falsi per la messa in ricordo della mamma morta e ricevette soldi veri come resto

(foto archivio)

di Enzo Beretta 

La storia è questa: una monaca benedettina si accorge di essere stata ingannata da un uomo che, con il pretesto di far celebrare una messa in ricordo della povera mamma morta, le rifila 50 euro false ricevendone indietro 40 buone. La monaca si accorge che la banconota ricevuta come offerta è fasulla e racconta tutto ai carabinieri. Un mese dopo, a metà pomeriggio, quello citofona di nuovo al convento, la religiosa però è preparata e al fedele che chiede per la seconda volta di pregare per la madre defunta risponde di ripassare più tardi perché sono le 16 e a quell’ora il Monastero del Santissimo Crocifisso e Santa Maria di Citerna è ancora chiuso. «Mi scusi, sorella, non volevo disturbare».

«Non è un costo, è un’offerta» La monaca, senza pensarci due volte, avvisa i carabinieri che raggiungono località Zoccolanti e si nascondono in una stanzetta. Quando quello arriva, subito chiede: «Quanto è il costo?». L’anziana suora-detective precisa: «Non è un costo, è un’offerta di 10 euro, giovanotto, come l’altra volta». Le viene dunque allungata la banconota e con la scusa di recarsi a prendere il resto entra nella stanzetta dalla quale, inaspettatamente, quello vede uscire due carabinieri. Nel processo penale contro un 64enne di San Giustino finito sul banco degli imputati con l’accusa di spendita di monete false – fatti avvenuti nel 2016 – ha testimoniato la monaca. Nel capo d’accusa è spiegato che l’imputato non è riuscito a ingannare la suora per la seconda volta in quanto «la religiosa nutriva sospetti e ritenendo che potesse trattarsi dell’uomo che un mese prima le aveva consegnato la prima banconota falsa ha richiesto l’intervento delle forze dell’ordine». La Procura, attraverso il pm Maria Valerio, ha chiesto 15 mesi di carcere e mille euro di multa, la difesa ha cercato di minimizzare parlando di «fatto povero per l’entità della somma». Il giudice Carla Maria Giangamboni ha assolto l’imputato per tenuità del fatto.

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