venerdì 13 dicembre - Aggiornato alle 10:36

‘Spese pazze’, condannato ex consigliere regionale: dovrà restituire quasi 50 mila euro

La sentenza della Corte dei conti dell’Umbria sul caso che riguarda Sandra Monacelli: «Grave negligenza»

La presidente della Sezione Emma Rosati (foto ©Fabrizio Troccoli)

di Daniele Bovi

Per quasi cinquantamila euro di spese relative agli anni 2011 e 2012 non ci sono le necessarie pezze d’appoggio, utili a dimostrare che le somme siano state impiegate per finanziare le uniche spese considerate ammissibili, cioè quelle per le finalità istituzionali del gruppo. È questa in sintesi la motivazione che ha portato la Sezione giurisdizionale della Corte dei conti dell’Umbria a condannare Sandra Monacelli al risarcimento, in favore dell’erario, di 48.289 euro e 32 centesimi. La vicenda riguarda quelle che in gergo giornalistico sono passate alla cronaca come «spese pazze», cioè l’inchiesta sul modo in cui i gruppi politici in consiglio regionale hanno impiegato e rendicontato le risorse loro assegnate nel 2011 e nel 2012. Al di là del filone penale, per molti ex consiglieri la vicenda di fronte alla magistratura contabile si è conclusa con la prescrizione: questo è avvenuto per l’ex leghista Gianluca Cirignoni, per l’allora Idv Oliviero Dottorini così come per sette ex membri del centrodestra.

Le contestazioni Non così è accaduto per Monacelli, alla quale sono state contestate spese come gli 8.668 euro per stampa, manifesti e pubblicazioni, 4 mila per trasferte e missioni, 7.870 per spese postali, telefoniche e di cancelleria, qualche centinaio per volantini o manifesti di candidati sindaco di Todi e Valtopina, 1.767 per consulenze, quasi 4.400 per un collaboratore, più di 6 mila per «allestimenti vari per convegni» oltre a rimborsi chilometrici e pasti. Per tutti i coinvolti nell’inchiesta la vicenda ruota sostanzialmente intorno a un semplice interrogativo: cosa si può inquadrare come spesa per fini istituzionali, e quindi finanziabile tramite i fondi assegnati ai gruppi, e cosa ricade nell’attività più propriamente politica da sostenere attraverso altre risorse? Nella sentenza a proposito delle diverse spese si parla in certi casi di «totale mancanza di qualunque documentazione allegata al prospetto riepilogativo di spesa», il che «rende impossibile qualunque verifica della corretta imputazione delle somme
concesse, lo si ribadisce, di carattere vincolato».

La sentenza Per altre, come quelle per studi, convegni e consulenze, la magistratura sottolinea che a supporto ci sono solo «diciture assolutamente generiche e prive di probanti indicazioni sulle occasioni istituzionali degli eventi»; quanto ai manifesti e ai volantini per i candidati sindaco, queste spese «sono del tutto esulanti la finalità (vincolata) di funzionamento del gruppo». Idem per i pasti e i rimborsi chilometrici, non direttamente collegabili alle attività istituzionali. Nel comportamento dell’ex consigliere la magistratura contabile non vede dolo bensì «grave negligenza», mentre dalla sua la difesa oltre a contestare la prescrizione ha puntato il dito contro l’allora ufficio di presidenza, protagonista di «una condotta negligente e omissiva», dato che «diligentemente, sarebbe stata consegnata tutta la documentazione giustificativa delle spese sostenute». Quest’ultima però, dove presente, non è stata giudicata sufficiente a decretarne l’ammissibilità. «Nessuna prassi» poi secondo la Corte, «per quanto radicata nel tempo, può in alcun modo giustificare la violazione di obblighi inerenti a una rendicontazione legittima e trasparente dell’impiego del denaro pubblico». Insomma, che allora l’impiego delle somme potesse essere giustificato attraverso una documentazione poco puntuale non importa, e non solleva totalmente da responsabilità visto che in ballo c’è denaro pubblico.

Twitter @DanieleBovi

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