giovedì 12 dicembre - Aggiornato alle 03:00

Sanitopoli, le motivazioni dei giudici: «Delibere falsificate, ma non per logiche clientelari»

Gigliola Rosignoli

di Francesca Marruco

L’accusa di aver falsificato due delibere regionali relative all’assunzione nelle Asl  è stata «ampiamente riscontrata», perché mesi dopo l’approvazione in Giunta, quelle delibere altro non erano che un «numero che si sarebbe dovuto riempire, (utilizzando proprio il linguaggio degli appunti in sequestro) secondo accordi del tutto avulsi dalla decisione della giunta regionale».

No clientele I giudici Nicla Flavia Restivo, Valerio D’Andria e Daniele Cenci, hanno depositato le motivazioni che li hanno spinti a condannare per falso l’ex presidente Maria Rita Lorenzetti, l’ex assessore alla sanità Maurizio Rosi e l’ex direttore della Sanità Paolo Di Loreto, contestualmente assolti per altre accuse e ad aver assolto tutti gli altri imputati. E se ritengono i tre condannati colpevoli per il falso, li ritengono invece innocenti per un (non) reato, che forse agli imputati avrebbe bruciato più del resto: «deve considerarsi – scrivono infatti i giudici- che l’istruttoria ha fornito indicazioni nel senso di un serio impegno della giunta Lorenzetti e in particolare dell’assessore Rosi al fine di contenere le spese della sanità, sicché le condotte di reato, pur chiaramente sussistenti, non sono risultate tanto espressione di logiche clientelari quanto, piuttosto, di esigenze di accentramento delle decisioni». Ed è per questo, spiegano i giudici che «la pena deve adeguarsi alla gravità del fatto».

FOTOGALLERY: LA SENTENZA

Riempite dopo Rosi e Lorenzetti lo andavano dicendo in ogni udienza che era per tenere sotto controllo la spesa pubblica e che il loro operato era corretto. Ma i giudici, hanno in parte accolto la ricostruzione dei pm Mario Formisano e Massimo Casucci e li hanno giudicati colpevoli. E che l’ex presidente Maria Rita Lorenzetti insieme all’ex asessore alla sanità Maurizio Rosi e all’ex direttore della Sanità Paolo Di Loreto sia colpevole di falso ideologico in atto pubblico, per i giudici è provato «in quanto in questo modo gli atti di cui si tratta (le due delibere incriminate, ndr) risultano attestare, contrariamente al vero, che una determinata decisione è stata assunta dalla giunta regionale in una determinata data, mentre in realtà quella decisione è stata assunta successivamente e da soggetti del tutto diversi. E il contenuto degli appunti della Santoni, non lascia dubbi sul fatto che all’individuazione del contenuto delle delibere abbiano provveduto l’assessore Rosi, il direttore Di Loreto e la presidente Lorenzetti».

Lorenzetti sapeva Inoltre, «dagli appunti ( di Sandra Santoni, ndr) emerge che Maria Rita Lorenzetti era pienamente informata dell’attività di riempimento della delibera». «Ciò nonostante – sottolineano i giudici – risulta aver sottoscritto la delibera in epoca evidentemente successiva all’esecuzione di tali attività: in tal modo, a prescindere dal contributo morale fornito, la Lorenzetti ha fornito sicuramente anche un contributo materiale alla formazione dell’atto falso». «In realtà, da tali appunti – spiegano – si ricava chiaramente la conclusione che, non solo la Lorenzetti fosse informata dell’attività di abusivo riempimento della delibera, ma che fosse proprio lei uno dei soggetti a cui spettasse la decisione finale».

VIDEO: SENTENZA E PARLA LORENZETTI

Versione difesa «In entrambi i casi infatti – spiegano i giudici -è stato ampiamente documentato che le autorizzazioni fanno riferimento anche a richieste pervenute in epoca di molto successiva a quella apparente di adozione della delibera. A fronte di questo dato così pregnante e che di per sé evidenzia un’incongruenza dei dati estrinseci della delibera rispetto alla realtà dei fatti, la difesa degli imputati ha ipotizzato che il documento scritto proveniente dalle aziende sanitarie e contenente la richiesta di autorizzazione fosse in realtà una mera formalizzazione di una richiesta pervenuta oralmente». M ai giudici bollano la ricostruzione delle difese come «poco persuasiva sia perché non è pensabile che una richiesta motivata da “esigenze straordinarie” potesse essere formulata oralmente, sia perché non si comprende la ragione di tale scissione del momento della richiesta da quello della formalizzazione della stessa, atteso, inoltre, che alcune richieste risulteranno formalizzate anche a distanza di mesi dalla data di adozione della delibera».

Integrazioni non formalizzazioni Che non si trattasse di una mera formalizzazione, i giudici lo giustificano anche dicendo che «in molti casi, le aziende sanitarie, parlano espressamente di integrazione, di precedenti richieste, facendo inequivocabilmente intendere, dunque, che gli ulteriori posti erano in aggiunta a quelli originariamente richiesti e nient’affatto ricompresi in un’ipotetica richiesta informale».

Urgente? I giudici non mancano di evidenziare che « non solo non si ravvisano ragionevoli motivi per considerare la delibera in questione come ‘atto urgente’, ma che neanche l’attività di verbalizzazione dà conto di tale urgenza. Inoltre, nel caso della delibera n.46 si evidenzia che la data di efficacia riportata sull’atto è quella del 16 settembre 2009, circa 8 mesi dopo la data di approvazione della delibera, dato che di per sé vale a rendere del tutto inverosimili effettive ragioni di urgenza».

Gli assolti Per questi stessi reati per cui i tre apicali sono stati condannati, i giudici hanno anche emesso sentenza di assoluzione per «Ciurnella, Comparozzi e Rellini per non aver commesso il fatto in quanto non è emerso un loro coinvolgimento effettivo nella decisione di formare una delibera contenente false attestazioni, né un consapevole contributo alla commissione del falso». Assolti anche i segretati Luca Conti e Francesco Biti, perché il fatto non costituisce reato «sebbene rimproverabili di una verbalizzazione estremamente sciatta».

Caso Santoni Quanto invece al capitolo assunzione di Sandra Santoni alla Asl 3 di Foligno, i giudici motivano l’assoluzione di Santoni, Gigliola Rosignoli, l’assessore Rosi e la presidente Lorenzetti, perché «al di là della persuasività della ricostruzione del pm, in ordine al disegno sottostante all’adozione dei vari atti amministrativi, il punto centrale ai fini di dimostrare la realizzazione del fatto di reato contestato è costituito dalla verifica di eventuali violazioni di legge o di regolamento poste in essere con gli atti amministrativi e dalla verifica di un collegamento tra tali atti illegittimi e un vantaggio ingiusto ricevuto dalla Santoni». Ma i giudici non hanno individuato né l’uno né l’altro, e in conclusione, «il tribunale individua il profilo di illegittimità per l’incarico della Santoni nella falsità ideologica», il cui «disvalore però è assorbito» nella condanna dei responsabili di quel falso: Lorenzetti, Rosi e Di Loreto che, c’è da giurarci, faranno subito appello.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.