lunedì 18 febbraio - Aggiornato alle 03:17

Sanitopoli, i giudici non ammettono le intercettazioni: «Erano autorizzate per un’altra indagine»

di Francesca Marruco

Le intercettazioni  restano fuori dal  processo Sanitopoli. Lo hanno deciso i giudici Nicla Restivo, Daniele Cenci e Valerio D’Andria dopo una paio d’ore di camera di consiglio. A chiedere la non ammissione delle orecchie elettroniche della pubblica accusa, che tanto scalpore avevano fatto all’epoca in cui scoppiò il ‘caso’ sanitopoli, sono state le difese degli – eccellenti- imputati. A partire da Luciano Ghirga, che difende l’ex numero uno della Regione Umbria Maria Rita Lorenzetti , e Valeriano Tascini che invece assiste l’ex assessore Maurizio Rosi.

La norma I giudici di fatto hanno accolto tutte le eccezioni  formulate dalle difese. Nel momento in cui l’ex governatrice Lorenzetti, la sua ex capo di gabinetto Santoni e altri sono finiti nel mirino della procura, l’allora pubblico ministero Sergio Sottani  stava indagando altre persone( Alpaca e Di Maso che diedero origine all’indagine) per altri reati. Il codice prevede che le intercettazioni disposte in un procedimento penale, non siano utilizzabili in un altro procedimento ( in questo caso i fascicoli erano due) tranne quando non siano indispensabili per l’accertamento di delitti per cui è previsto l’arresto in flagranza.

Le eccezioni E allora gli avvocati hanno sostenuto che le richieste di intercettazione erano per un titolo di reato diverso da quello per cui a processo. Inoltre, le difese hanno rilevato anche una omessa motivazione da parte del pm, che dovendo indicare i motivi per cui si intercetta, in quel caso rinviava ad una informativa dei carabinieri  che, sempre ad avviso delle difese, non dava conto di vari indizi di reato. Per gli agguerriti legali insomma, a difendere gli imputati anche i legali Nicola Di Mario e Claudio Franceschini, gli inquirenti – l’indagine venne portata avanti dai carabinieri del nucleo investigativo di Perugia -hanno gettato l’amo per cercare una notizia di reato e non di fronte ad un reato già esistente.

Fil rouge «E’ come se io – ha detto l’avvocato Franceschini – chiedessi  l’autorizzazione per intercettare per estorsione, poi al bar sento dire che in Umbria c’è un sistema clientelare, e allora intercetto i politici. Le richieste sono state fatte tutte in relazione alle informative della pg, che però non dicevano nulla della necessità di intercettare i politici».  Il pubblico ministero Mario Formisano – attuale titolare dell’indagine insieme a Massimo Casucci – ha provato ad arginare le tesi difensive parlando tra l’altro di «un fil rouge che emerge dall’ informativa del Roni, in cui si leggeva che ad un certo punto Alpaca minaccia ‘se non mi trovate un posto  in Sogesi  io rivelo tutte quelle magagne che state combinando’. Da qui l’apparato politico si attiva e si allarma e va incontro ad Alpaca scoprendo un collaudato sistema clientelare, anche perché è periodo elettorale».

La delibera nelle conversazioni Formisano ci prova a convincere i giudici con una sentenza delle sezioni  unite della Cassazione in cui di fatto si stabilisce che uno stesso procedimento non corrisponde ad uno stesso fascicolo, e a spiegare alla Corte di aver separato i vari filoni di indagine dell’inchiesta madre ‘Sanitopoli’ per comodità di trattazione, ma ai giudici non basta. Non serve neanche l’accenno alle telefonate della Santoni «per concorsi, posizioni, conversazioni – ha spiegato il pm -che poi ci danno conto di un reato già commesso, che ci dà conto di quella delibera ( quella manomessa per l’accusa per cui oggi sono a processo, ndr)».

Limiti «È vero – ha detto ancora Formisano – c’è un deficit nel senso che la prospettazione accusatoria era andata avanti, nelle informative dei carabinieri invece c’era ben altro, di queste emergenze il  gip sembra tenerne conto ma non c’è una fattispecie penale, un’iscrizione specifica. Basta questo perché le intercettazioni vengano messe ai margini? Per me non basta. Pur essendoci cuna carenza nel meccanismo cognitivo per l’iscrizione dei reati, c’è comunque un collegamento forte tra la prima estorsione e il sistema clientelare emerso: il collegamento probatorio è intenso». Per i giudici però è bastato. E allora, agli atti del processo a Lorenzetti e altri, non finirà mai quella fin troppo famosa telefonata di Sandra Santoni in cui diceva che lei con 1500 euro al mese, non ci poteva andare avanti, e per questo ‘scalpitava’ per un posto più remunerativo.

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