domenica 8 dicembre - Aggiornato alle 00:03

Sanitopoli, condannati per falso l’ex presidente Lorenzetti, l’ex assessore Rosi e Di Loreto. Assolti tutti gli altri

L'ex presidente Maria Rita Lorenzetti

di Francesca Marruco

Il sorriso dal volto dell’ex presidente della Regione Umbria Maria Rita Lorenzetti, già tirato dopo le lunghissime ed estenuanti sette ore di attesa in cui i giudici sono stati in camera di consiglio, è scomparso quando il presidente del collegio del tribunale di Perugia Nicla Restivo ha pronunciato la parola «condanna». Condannati lei, l’ex assessore alla sanità Maurizio Rosi e l’ex direttore generale alla sanità Paolo Di Loreto rispettivamente a otto mesi e otto mesi e quindici giorni. Il collegio li ha assolti per tutti gli altri reati e ha assolto anche tutti gli altri sette imputati: l’ex dg della Asl 3 di Foligno Gigliola Rosignoli, e l’ex capo di gabinetto della Lorenzetti, Sandra Santoni, oltre a Luca Conti, Giancarlo Rellini, Francesco Ciurnella, Giuliano Comparozzi e Franco Biti, tutti dirigenti e funzionari della Regione.

VIDEO: SENTENZA E PARLA LORENZETTI

Le tre condanne Il collegio presieduto dal giudice Restivo, a latere Daniele Cenci e Valerio D’Andria ha dunque assolto gli imputati dalle accuse di aver redatto atti falsi al momento dell’approvazione delle due delibere incriminate, come i pubblici ministeri Mario Formisano e Massimo Casucci hanno sostenuto. Le condanne arrivate, tutte con pena sospesa per cinque anni e con non menzione nel certificato del casellario giudiziale riguardano infatti due capi d’imputazione  che hanno cristallizzato il comportamento degli imputati dopo determinate date. E precisamente, scrivono i giudici nel dispositivo, «Rosi e Di Loreto responsabili del reato di cui al capo b limitatamente alla condotta successiva al 2 aprile 2009 ( data in cui, secondo il capo d’imputazione sarebbero pervenute in Regione, le richieste delle Asl che erano già state approvate nella delibera urgente del 19 gennaio 2009 e dichiarata efficace il 16 settembre 2009, ndr)». Per quello stesso reato sono stati invece assolti per non aver commesso il fatto Francesco Ciurnella e Giuliano Comparozzi e  perché il fatto non costituisce reato per Luca Conti. Per l’altro falso invece «Rosi, Di Loreto e Lorenzetti, responsabili del reato di cui al capo d limitatamente alla condotta successiva al 2 marzo 2010 ( data in cui sono pervenute le richieste delle Asl sul contenuto dell’atto già deliberato il 5 ottobre 2009, ndr)». Per quello stesso episodio, Franco Biti assolto perché il fatto non costituisce reato, e Giancarlo Rellini e Comparozzi Giuliano per non aver commesso il fatto.

FOTOGALLERY: LA SENTENZA

I tre condannati I tre apicali della politica regionale sanitaria insomma sono stati condannati per il reato di falso, perché, deducendo il ragionamento dei giudici che diventerà chiaro solo con le motivazioni depositate nei prossimi 90 giorni, dovrebbero essere stati ritenuti i responsabili dell’ inserimento nelle delibere di richieste delle Asl pervenute successivamente alla data delle delibera stessa, in cui era già stata decisa l’ approvazione di dette richieste. Per i giudici dunque, le delibere che i pm hanno chiamato «gusci vuoti» non sembrerebbero tali, ma  non sarebbero neanche del tutto corrette nel loro iter.

L’amarezza della Lorenzetti «Sono arrabbiata, non mi aspettavo questa condanna» dice Maria Rita Lorenzetti all’uscita dal tribunale dopo aver aspettato quasi otto ore una sentenza per cui «farò subito ricorso in appello». L’ex presidente della Regione Umbria, che in attesa del verdetto ha dispensato battute e sorrisi per distendere gli animi, non trattiene più le lacrime. Lei che è convinta di avere fatto solo del bene, una condanna sul suo operato di presidente della Regione proprio non la accetta. «Se poi pensiamo com’è andata per il resto della sentenza» aggiunge. L’amarezza è parecchia. I legali si lanciano in frasi in cui la «soddisfazione» la fa da padrona, ma il volto della Lorenzetti, che non ama essere chiamata zarina, racconta una verità diversa: «non ci hanno creduto», mormora fuori dal tribunale mentre avvocati e assistiti cercano di interpretare la condanna, «ma glielo faremo capire che noi le richieste le sapevamo da prima anche se non erano arrivate ancora formalmente».

I sette assolti Chi invece ha tutte le ragioni di gioire senza riserve sono gli altri sette imputati. Tutti assolti. E Francesco Ciurnella, in aula insieme alla moglie, esplode in un pianto liberatorio quando il collegio lo assolve. Assolti insieme a lui, sia perché «il fatto non sussiste», sia perché «il fatto non costituisce reato» i funzionari della Regione Umbria Giuliano Comparozzi, Franco Biti e Luca Conti.  Caduta, «perché il fatto non sussiste» anche la spinosa accusa di abuso d’ufficio per Gigliola Rosignoli, Sandra Santoni, Maria Rita Lorenzetti e Maurizio Rosi. L’ormai celeberrimo contratto 15 septies fatto alla Santoni, per i giudici era dunque regolare. Nessuna pressione su Rosi per autorizzarlo, nessun illecito della Rosignoli nel farlo. Oppure i giudici, estromesse le intercettazioni dal processo, non sono stati in grado di trovare elementi di prova che dessero  una sponda certa per far camminare quell’accusa tanto grave di abuso d’ufficio che i magistrati avevano individuato nelle manovre per favorire il trasferimento della Santoni dalla Regione Umbria alla Asl di Foligno. L’ex dg della Asl 3 Rosignoli ha parlato di «fine di un incubo». La donna forte della sanità umbra è l’unica insieme alla Lorenzetti e a Ciurnella a presenziare in aula alla lettura del dispositivo. Va a casa con un punto a favore, ma ha il timore che «i problemi non siano finiti», alludendo alla trasmissione degli atti in procura per un filone minore di Sanitopoli riguardante la soppressione di parte di una cartella clinica dopo un errore medico di cui lei sarebbe stata a conoscenza.

Appello Perplessi e solo in parte soddisfatti nonostante i commenti positivi, pronti a dare battaglia per un’assoluzione completa, i tre condannati hanno già di fatto annunciato il ricorso in appello. Che anche la procura potrebbe decidere di fare per le assoluzioni. Di certo i giudici non hanno sposato in pieno né una tesi né un’altra. Hanno voluto essere pragmatici: hanno preso le due delibere e con un lavoro certosino, si sono messi a controllare le date in cui le richieste per i posti nelle Asl erano state inviate. Quelle arrivate dopo l’approvazione della delibera, per i giudici, costituiscono un falso. Perché sono state autorizzare cose ( post) con richieste ancora non arrivate. Che poi, era anche il cuore dell’inchiesta.  E lo spiegò bene il pm Formisano in requisitoria: «Non abbiamo trovato misfatti e corruzioni, ne va merito agli imputati – disse -, ma queste circostanze non potevano esser taciute: com’era possibile autorizzare delle assunzioni se ancora non erano pervenute neanche le domande?». Per i giudici di primo grado con un falso, la cui responsabilità va solo e unicamente agli apicali.

 

 

 

 

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