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giovedì 21 ottobre - Aggiornato alle 17:29

Quel tesoro tra leggenda e realtà rubato al museo: Pecorelli fa scena muta in Procura

Il naufrago di Montecristo indagato per ricettazione non risponde ai magistrati. L’ipotesi del collegamento col furto clamoroso di monete d’oro

di Chiara Fabrizi

Davide Pecorelli si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti ai magistrati della Procura di Grosseto, che a suo carico hanno ipotizzato il reato di ricettazione. È durato un minuto l’interrogatorio dell’imprenditore umbro, dato per morto nove mesi fa in Albania e soccorso il 17 settembre scorso nelle vicinanze dell’isola di Montecristo, dove era andato, così ha sostenuto, a cercare il tesoro narrato da Alexandre Dumas e che giura anche di aver visto tra cala Maestra e cala Corfù, dove ci sarebbero due casse piene di monete d’oro. Assistito dall’avvocato Giancarlo Viti del foro di Perugia, il naufrago martedì mattina ha fatto scena muta coi magistrati toscani, dopo che nelle ultime tre settimane ha rilasciato numerose interviste, tra cui quella a Umbria24.

VIDEO: INTERVISTA ESCLUSIVA
PODCAST: NAUFRAGO ALLA RICERCA DEL TESORO

Pecorelli fa scena muta in Procura Pecorelli è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Grosseto per ricettazione: l’ipotesi degli inquirenti è che le monete d’oro al centro dell’avventura del 45enne di Selci Lama (San Giustino) siano quelle rubate al museo di San Mamiliano di Sovana, frazione di Sorano (Grosseto). Qui nel 2019 ladri mai identificati hanno messo a segno un colpo clamoroso, riuscendo a rubare 66 delle 83 monete esposte, che facevano parte di un tesoro composto da quasi 500 pezzi coniati tra il V e il VI secolo dopo Cristo, tutti rivenuti nel 2004 durante scavi che hanno interessato la pavimentazione dell’omonima chiesa.

Tra leggenda e realtà Una scoperta che ha ridato vigore a una vicenda che si muove tra leggenda e realtà e che ha proprio a che fare con il tesoro di San Mamiliano di Palermo, vescovo vissuto nel V secolo, morto nell’isola di Montecristo e custode del presunto tesoro da cui avrebbe tratto ispirazione Dumas per il capolavoro Il Conte di Montecristo. E per questo, quando 15 anni fa gli archeologi hanno trovato 500 monete d’oro, in molti, tra il serio e il faceto, hanno evidenziato che per secoli si è cercato il tesoro nel posto sbagliato, ossia tra le rovine del monastero di San Mamiliano nell’isola di Montecristo, anziché nella chiesa che porta sempre il nome del vescovo di Palermo, ma che si trova in terra ferma, ossia a Sovana.

La ricettazione del tesoro Oggi i magistrati di Grosseto ipotizzano un collegamento tra le avventure dell’ex arbitro umbro e quel bottino protetto dalla Soprintendenza di cui da quasi due anni si è persa ogni traccia. Al momento elementi concreti per collegarlo non ne risultano, anche se gli inquirenti toscani cercano un garage a Porto Santo Stefano, di cui è stata trovata la chiave a Pecorelli. L’indagine, però, potrebbe andare ben oltre l’arcipelago toscano e la provincia di Grosseto, approdando in Albania, perché Pecorelli ha sostenuto, anche con Umbria24, che un prete, lo stesso che gli avrebbe procurato le ossa trovate nella sua auto in fiamme, «gli ha proposto di andare a prendere una cosa molto importante a Montecristo. Cosa c’era? Delle casse di monete d’oro, che io, come ho detto al procuratore (di Perugia, Raffaele Cantone, ndr), ho visto e toccato, le prime due casse, la terza non ho potuto toccarla, perché mi hanno preso i forestali».

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