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martedì 6 dicembre - Aggiornato alle 11:45

Sesso nei centri massaggi cinesi: 22 indagati, business da 350 mila euro al mese

Perugia, blitz contro la prostituzione. E alle forze dell’ordine le ragazze dovevano dire che non parlavano italiano

di Enzo Beretta 

Otto persone in carcere, una agli arresti domiciliari, cinque sottoposte all’obbligo di dimora: è il bilancio di un’operazione contro lo sfruttamento della prostituzione portata avanti dalla Procura della Repubblica di Perugia. Nell’inchiesta risultano indagate 22 persone, tutte cinesi, e sono 11 i centri massaggi messi sotto sequestro insieme a quattro appartamenti, conti correnti e auto. 

Le accuse A vario titolo le accuse contestate riguardano il reato di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione, il favoreggiamento della permanenza e della collocazione di manodopera di clandestini, il riciclaggio dei proventi delle illecite attività e la presentazione di false documentazioni alle autorità di pubblica sicurezza al fine di ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno. 

Lo schema Secondo quanto riferito dal procuratore Raffaele Cantone esiste «un vincolo associativo tra quasi tutti gli indagati, corroborato dal ricorso a schemi organizzativi ben definiti e ricorrenti, utilizzati per realizzare lo sfruttamento della prostituzione e le altre ipotesi di reato». 

Intercettazioni in tutta Italia L’indagine, scattata nel luglio 2019, quindi prima del Covid, ha riguardato alcuni centri massaggi della zona di Perugia, per poi estendersi a macchia d’olio attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali nelle province di Lodi, Verona, Bologna, Firenze, Prato, Arezzo, Fermo, Ascoli Piceno, Teramo e Brindisi, città nelle quali gli indagati – viene detto – stabilmente radicati in Italia, avrebbero investito i loro capitali in abitazioni e centri massaggi nei quali veniva favorita e sfruttata la prostituzione di giovani cinesi, quasi tutte irregolari in Italia.

Gli annunci online Sui siti internet venivano pubblicate le inserzioni raffiguranti giovani donne seminude – ricostruiscono gli inquirenti – al numero di telefono rispondevano i responsabili dell’organizzazione che indirizzavano i clienti nei centri massaggi più vicini, avvisando poi la ‘responsabile’ del loro arrivo. In questo modo gli organizzatori monitoravano il numero di clienti ed erano in grado di quantificare le somme di denaro che passavano a prelevare nei vari esercizi. Questo anche per evitare che le giovani cinesi potessero sottrarre i proventi dell’attività.

Un business da 350 mila euro al mese Secondo i conteggi fatti dalla Procura ogni singolo centro massaggi aveva un indotto medio di mille euro al giorno, per un flusso complessivo di circa 350 mila euro ogni mese. Denaro che veniva in parte trasferito su circuiti di credito internazionali oppure reinvestiti per l’acquisto di immobili e auto. Per non far ricondurre i centri massaggi agli organizzatori – è stato spiegato – questi ultimi si avvalevano di collaboratori esterni, in particolare attribuendo a terzi soggetti, anche italiani, la titolarità dei centri.

Vite difficili Per le ragazze sfruttate – è emerso – era una vita difficile: venivano fatte dormire nei centri o in appartamenti in uso all’associazione, attrezzati con piccole cucine e letti per limitare al massimo la loro uscita dai luoghi di lavoro. In caso di controllo da parte delle forze dell’ordine le ragazze – conclude il comunicato – dovevano limitarsi a spiegare che non parlavano l’italiano, evitando così di rispondere alle domande.

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