sabato 19 ottobre - Aggiornato alle 04:03

Passignano piange Sergio Villarini: uomo leale e grande romanista

Presidente dei tifosi giallorossi del Trasimeno è morto in un incidente sull’A1. L’orgoglio per il nipotino, il Bar dell’Oliveto e la passione per Zeman

Sergio VIllarini

di Enzo Beretta

Sergio Villarini è stato un grande esempio di uomo. Una persona perbene. Un vero amico. E’ morto, all’età di 67 anni, in un tremendo incidente sull’Autostrada del Sole a un paio di chilometri dall’uscita di Chiusi mentre era diretto a Passignano sul Trasimeno, suo paese d’origine. E’ lì che continuava a gestire il Bar dell’Oliveto. Chi scrive ha avuto la fortuna di conoscere, apprezzare e voler bene a Sergio, grande romanista, amico degli amici.

Presidente all’unanimità E’ stato proprio al Bar dell’Oliveto che Sergio e il fratello Paolo mi offrirono il primo lavoro della mia vita: dietro al bancone, con Simone Orazi, per la stagione estiva 2002. Non mi ero ancora diplomato quando iniziai a capire che il latte per i cappuccini non andava servito bollente. Studiavo, tra un turno e l’altro, nella saletta in cui solitamente ci riunivamo per guardare le partite della Roma. Eravamo abbastanza quando i giallorossi andavano forte, i soliti tre o quattro quando invece la classifica era in salita. Quante risate con Sergio su Cassano, quanto amore incondizionato per Zeman e Walter Sabatini, quanti mugugni, quanta passione. Lo provocavo ripetendogli che Gabriel Batistuta avrebbe dovuto avere un posto da titolare anche se avesse giocato con una gamba sola. Lui impazziva, letteralmente, per Montella, e quando segnava aprivano entrambi le braccia per volare. Il momento più intenso vissuto con Sergio? L’abbraccio dopo il 3-2 di Candela al Lecce, 5 dicembre 1999, Stadio Olimpico, con Totti capitano e il sergente di ferro Capello in panchina per un quinto posto di rodaggio preludio dello scudetto. Avevamo perfino fondato il Roma club Trasimeno e chiaramente Sergio era stato proclamato presidente all’unanimità.

Duemila lire al buttafuori Sfornavamo pizze e cornetti per le colazioni della discoteca: la domenica all’alba in tenuta antisommossa aspettavamo i nostri clienti. Poco lontano dal locale, infatti, nelle passate stagioni si erano verificate risse tra giovani ubriachi e per questa ragione era stata incaricata un’agenzia di sicurezza al fine di evitare il peggio. Non dimenticherò mai la faccia di quel buttafuori che dopo aver trascorso una notte intera a mangiucchiare gelati e bere succhi di frutta venne ricompensato da Sergio con una banconota da duemila lire, la differenza tra il compenso pattuito e le consumazioni appuntate.

L’immancabile sigaretta Sergio aveva sempre una buona parola e non ti faceva mai sentire di essere il capo. Quando era necessario puliva perfino il pavimento insieme a noi, con l’immancabile sigaretta tra le dita. Ogni tanto spariva: soffriva di cali di glicemia, per questo motivo ingeriva un paio di generose bustine di zucchero e tornava nel retrobottega del bar, dove si trovava l’ufficio, metteva i piedi sopra la scrivania e attendeva paziente di lasciarsi la crisi alle spalle. Sergio era anche questo ed era straordinario perché era lui stesso, perfino in quei momenti, a incoraggiare gli altri: «Enzo non spaventarti, qualche minuto e passa tutto…».

L’Alfa GT e gli amici Difficile dimenticare le persone vicine nei momenti duri della vita: Sergio e la moglie Anna Laura vennero ad abbracciarmi poche ore dopo che persi mio padre, un bel gesto. Il nostro rapporto non si è mai interrotto pur vivendo lui a Roma e io a Perugia. Nell’ultimo periodo non ci sentivamo spesso, Sergio era abbastanza allergico al telefono, però mi ha sempre trasmesso affetto quando lo aggiornavo sulle mie piccole conquiste professionali e umane. Negli anni ho continuato ad andarlo a trovare al bar. Mi affacciavo per vedere se c’era la sua mitica Alfa GT nera e chiedevo ai suoi collaboratori di chiamarmelo. Parlavamo dell’argomento che quel giorno riempiva le prime pagine dei giornali, delle nostre famiglie, del suo nipotino Federico che sognava di fare il portiere e di cui andava particolarmente fiero (il figlio di Leila), scherzavamo sugli amici comuni come il Soni o Ricky, inevitabilmente tornavamo a tormentarci con la passione che ci accomunava: la Roma.

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