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domenica 19 settembre - Aggiornato alle 12:31

«Omphalos, il racconto di Pillon è falso». Le «frasi infamanti» del senatore della Lega

Il giudice di Perugia condanna l’«incompresa ironia» dell’imputato costretto a risarcire 30 mila euro ai diffamati

Simone Pillon

di Enzo Beretta

Una «medaglia di guerra» costata 30 mila euro di risarcimento è quella che il senatore Simone Pillon si gloria di aver appuntato al petto. «Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario» scriveva su Facebook prendendo in prestito una frase di George Orwell tratta dal libro La fattoria degli animali. Eppure nelle motivazioni della sentenza di condanna inflitta dal tribunale di Perugia per aver diffamato Omphalos Arcigay-Arcilesbica e un suo rappresentante, Michele Mommi, il giudice Matteo Cavedoni sembra di tutt’altro avviso e infliggendogli una multa di 1.500 euro parla di una «precisa e puntuale intenzione» del leghista di «attaccare la credibilità e la correttezza dell’associazione, ledendone la reputazione». «Accuse particolarmente odiose e abiette – si legge nel provvedimento -. Accusare ingiustamente il responsabile della sezione giovani e l’Omphalos di voler attirare presso i locali della propria associazione minorenni con il pretesto della lotta all’omofobia, per poi in realtà coinvolgerli in attività di tipo sessuale, implica di per sé la determinazione di un danno morale e di immagine».

PILLON, IL GIORNO DELLA CONDANNA

«Pillon ha detto cose false» I fatti risalgono al 2014/2015 quando Pillon era intervenuto a tre conferenze svolte ad Assisi (alla presenza del vescovo), ad Ascoli Piceno e a San Marino (davanti a due ministri locali) come consigliere nazionale del Forum delle famiglie. In quelle circostanze contestò un’assemblea svolta nell’aprile 2012 nell’aula magna del liceo scientifico Alessi di Perugia durante la quale Mommi e un transessuale avevano parlato agli studenti delle terze classi durante un incontro dedicato all’«Orientamento sessuale, identità di genere e bullismo omofobico». Sulla lavagna campeggiava la bandiera arcobaleno, sulla cattedra invece alcuni opuscoli «a disposizione» (tra cui tre volantini «non autorizzati» dal preside). Al termine del dibattito una giovane che si era sentita «denigrata» nella sua «opinione più intima» portò a casa un paio di opuscoli («c’era anche altro materiale») e li consegnò al padre che a sua volta avvisò Pillon. Il leghista – secondo Cavedoni – «ha inequivocabilmente affermato che, sottostante a questo invito, vi fosse un interesse di natura sessuale dell’Omphalos nei confronti di nuovi giovani interessati a partecipare all’attività dell’associazione».

IL SENATORE IN FUGA DAL GIORNALISTA: IL VIDEO DI MAURIZIO TROCCOLI

«Omphalos delegittimata» «Niente di tutto ciò è accaduto», scrive il giudice in sentenza riportando alcune frasi pronunciate dall’imputato. «Nei suoi interventi – si legge – ha detto cose false. Affermare che un’associazione che ha quale scopo la promozioni sociale e la sensibilizzazione contro la discriminazione in base all’orientamento sessuale sfrutti e strumentalizzi le proprie campagne di contrasto al bullismo omofobico al solo fine di convincere i giovani studenti a sperimentare l’omosessualità, offrendo loro anche uno spazio all’interno della sede per svolgere pratiche sessuali di questo genere, costituisce una lesione della reputazione dell’associazione. Queste affermazioni hanno attinto lo scopo sociale dell’associazione, delegittimandone l’intero operato. Un ente che, con il pretesto della tutela dei diritti delle minoranze e la lotta alle discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale punti in realtà ad iniziare minorenni a determinate pratiche sessuali appare indubbiamente meritevole del biasimo e dello sdegno della collettività intera. Le frasi pronunciate da Pillon sortiscono il negativo effetto di delegittimare e squalificare in toto quelle che invece sono necessarie iniziative educative volte al rispetto delle differenze, alla prevenzione e al contrasto del fenomeno del bullismo omofobico».

«Accuse infamanti» Nelle 31 pagine di motivazioni viene spiegato che le affermazioni dell’avvocato bresciano «sono connotate da una netta discrepanza con la realtà: nei propri interventi l’imputato è partito da un dato vero, l’assemblea e gli studenti in possesso dei volantini, sul quale poi ha costruito un racconto falso. Il principio di verità non è stato rispettato negli interventi di Pillon, la ricostruzione degli avvenimenti è avvenuta in modo da travisare la consecuzione degli stessi. Muovere un’accusa falsa nei confronti di qualcuno non può determinare alcun interesse per l’opinione pubblica». Ancora: «Il presupposto fattuale delle valutazioni e delle critiche mosse da Pillon è radicalmente falso» e certe frasi «rivolte nei confronti di un’associazione volta alla tutela dei diritti delle minoranze e alla lotta alle discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale costituiscono una delle accuse più infamanti che si possano muovere. Dalla visione dei filmati dei tre interventi non si percepisce in alcun passaggio che l’oratore e il pubblico fossero consapevoli della rilevante approssimazione con cui venivano esposti i fatti, al fine di rendere più leggero e divertente l’intervento» anche considerato che «a determinate frasi il pubblico reagisce ridendo. Nessuna delle conferenze si inserisce nell’ambito dello spettacolo di cabaret o di uno show di satira sociale e politica».

«Nessun ravvedimento, solo incompresa ironia» Il giudice ritiene inoltre «condivisibile la contestazione dell’aggravante» in quanto l’imputato era «consapevole del fatto che i propri interventi venissero ripresi dalle telecamere». Pillon nel corso dell’esame in aula «non ha mostrato alcun segno di resipiscenza o ravvedimento, rivendicando invece la correttezza delle proprie affermazioni e sminuendone il contenuto offensivo, sulla base di una non compresa ironia». L’imputato, che già l’11 aprile, ossia il giorno della sentenza, aveva annunciato ricorso in appello, è difeso dagli avvocati Laura Modena e Stefano Forzani, le parti civili sono assistite da Saschia Soli e Marco Florit, la pubblica accusa è stata rappresentata dal pm Manuela Comodi.

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