lunedì 23 settembre - Aggiornato alle 17:31

Omicidio Raggi, arriva il risarcimento ma il padre: «La sua vita vale meno di quella di un cane»

Decisione del tribunale di Roma in base alla legge 122, l’avvocato: «Sorprendente, norma deve essere valutata da Corte Europea»

di Massimo Colonna

«La vita di mio figlio vale meno di quella di un cane da caccia». Così Walter Raggi, papà di David, ucciso in piazza dell’Olmo nel 2015, ha commentato la decisione del giudice del tribunale di Roma che ha riconosciuto allo stesso papà, alla mamma e al fratello del giovane assassinato un risarcimento di 7.200 euro ciascuno, da liquidare da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ad annunciare la sentenza è stato l’avvocato Proietti, legale della famiglia Raggi, che parla di una «decisione sorprendente assunta per la legge 122, su cui abbiamo chiesto noi stessi alla Corte di Cassazione di pronunciarsi, coi giudici che un mese fa hanno stabilito che dovrà essere la Corte di Giustizia europea a pronunciarsi sulla bontà della norma». Il commento di Walter Raggi alla decisione del tribunale di Roma è stata riferita dallo stesso avvocato Proietti: «Con le lacrime agli occhi mi ha raccontato che nei giorni scorsi un suo amico è stato risarcito per la morte di un cane di caccia: gli hanno riconosciuto 11 mila euro».

La legge In sostanza il giudice di una sezione del tribunale di Roma ha preso la decisione in merito ai risarcimenti in base alla legge 122. La stessa legge che però, un mese prima del pronunciamento, la Corte di Cassazione ha ritenuto di doveri rispedire alla Corte di Giustizia Europea per una ulteriore valutazione. Ecco dunque che si è creato questo corto circuito su cui l’avvocato Proietti chiede chiarezza.

Le colpe dei ministeri In contemporanea al discorso del risarcimento la famiglia aveva anche presentato una istanza per chiedere le responsabilità della mancata espulsione di Amine Assoul, il quale, prima della sera dell’omicidio, aveva cumulato delle pene che lo avrebbero dovuto portare in carcere. Un ricorso che puntava quindi sia alla mancata espulsione e alla mancata carcerazione. Su entrambi i fronti il tribunale ha deciso che non ci fu responsabilità da parte del governo.«Anche in questo caso non siamo d’accordo – spiega il legale della famiglia – perché di fatto non si entra nel merito della questione, tralasciando completamente le motivazioni della decisione. Si spiega soltanto che semmai la presidenza del Consiglio potrebbe essere tirata in ballo nel caso in cui si decida di presentare una istanza nei confronti del pubblico ministero che non ha fatto eseguire il cumulo di pene. Uno scenario molto complicato da attuare e puramente formale». Per quanto riguarda la mancata espulsione, il motivo individuato in poche righe riguarda il fatto che Amine Assoul vivesse con la madre, che nel frattempo era diventata cittadina italiana, e che quindi non poteva essere espulso.

@tulhaidetto

 

 

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