mercoledì 12 dicembre - Aggiornato alle 15:55

Omicidio Fezzuoglio, Raffaele Arzu e Pietro Pala condannati all’ergastolo e 18 mesi di isolamento diurno

di Francesca Marruco e Maurizio Troccoli

Fine pena mai. Diciotto mesi di isolamento diurno e decadimento della potestà genitoriale,  come richiesto dall’accusa. È arrivata la condanna più pesante per Raffaele Arzu e Pietro Pala, accusati di aver ucciso il carabiniere Donato Fezzuoglio durante una rapina messa a segno il 30 gennaio del 2006 a Umbertide. Dopo oltre diciassette ore di camera di consiglio, iniziata alle 10 di mattina e terminata alle tre di notte, la Corte d’Assise di Perugia, presieduta dal giudice Daniele Cenci, a latere Giuseppe Noviello, ha emesso il suo verdetto: i due sardi, già condannati in via definitiva per il fallito assalto al Pam di San Marco di Perugia, sono colpevoli di aver strappato alla vita quel giovane servitore dello Stato che a Umbertide fece solo il suo dovere, provando a contrastare l’assalto vile e assassino di rapinatori senza scrupoli che imbracciavano armi da guerra.

La sentenza Alla lettura del dispositivo, arrivato alle tre di notte passate da qualche minuto, erano presenti i familiari del carabiniere ucciso, che a sentire la parola ergastolo si sono lasciati scappare qualche lacrima di commozione. La moglie e il fratello di Donato Fezzuoglio, carabiniere pure lui, abbracciano i pm Antonella Duchini e Paolo Abbritti. Per ringraziarli, per avergli dato un pò di giustizia. Dall’altra parte dell’aula, a sentire la sentenza c’ è solo Raffaele Arzu, accompagnato dai suoi legali, Caterina Calia e Francesco Romeo. Arzu ascolta il dispositivo in silenzio. Pietro Pala ha scelto di rimanere invece in carcere. Gli riferiranno l’epilogo i suoi avvocati Francesco Falcinelli e Riccardo Marri. Entrambi gli imputati sono stati anche condannati a risarcire la famiglia Fezzuoglio, rappresentata dagli avvocati Nicola Di Mario e Giancarlo Viti, di un milione e trecento mila euro come provvisionale. A testimonianza, ancora una volta, della  vicinanza alla famiglia di quel giovane ucciso mentre lavorava,  ci sono il comandante provinciale dei carabinieri di Perugia, colonnello Angelo Cuneo, il comandante del reparto operativo, tenente colonnello Pierugo Todini, il maggiore Giovanni Rizzo, comandante del nucleo investigativo, il maggiore Giovanni Cuccurullo della comagnia di Perugia, e il capitano Alfredo Cangiano, della compagnia di Città di Castello. Tutti hanno atteso la sentenza per lunghissime ore, insieme ai parenti delle vittime fuori dalle aule di piazza Matteotti.

La camera di consiglio Ore in cui i giudici, che sicuramente vista la lunghissima durata hanno avuto parecchio da discutere, hanno ripercorso tutti gli elementi che l’accusa ha portato per chiedere la condanna. In cui sicuramente avranno parlato molto di quella conversazione in cui Pietro Pala disse: «Ma l’ho ammazzato pure». «Su certe cose io prima sparo per salvare» aveva detto Pietro Pala in una conversazione avvenuta nell’aprile del 2006 e intercettata dai carabinieri. Quella conversazione, nel corso del tempo, è stata oggetto di numerose perizie e letture. Chi sentiva il nome di Fezzuoglio e chi no. Ma la procura non ha mai avuto dubbi in merito, forte anche della testimonianza di Gian Marco Mascia, il sovrintendente della polizia penitenziaria indagato per favoreggiamento, che su quella specifica circostanza era stato sentito anche in incidente probatorio. E Gian Marco Mascia non aveva esitato a dire di aver sentito Pietro Pala affermare di aver sparato a Donato Fezzuoglio per salvare ‘Robertino’. Mascia aveva sostenuto di non aver detto niente prima che finisse indagato perché «era una cosa troppo grande».

La reazione della moglie di Pala Dopo la lettura della sentenza, all’uscita del tribunale, la moglie di Pietro Pala ha avvicinato un giornalista e gli ha chiesto di scrivere: «La coscienza di mio marito non viene macchiata dalla decisione di questi giudici. Chi vuole vedere nero, vede nero anche quando è bianco. Questa accusa si deve vergognare, mi assumo le responsabilità di quello che dico, non è mio marito che si deve vergognare ma questa accusa. Il tribunale di Perugia è un plotone di esecuzione».

La vicenda Donato Fezzuoglio venne ucciso durante una rapina ad una banca a Umbertide nel gennaio del 2006. Le indagini partono subito in mano al pubblico ministero Gabriele Paci, che nel 2008 chiede l’archiviazione. Intanto il 21 aprile del 2007 era avvenuto il fallito assalto al Pam di Perugia, ancora un commando in azione che spara. I militari del reparto operativo di Perugia già tenevano d’occhio Pietro Pala dall’omicidio di Fezzuoglio, dopo questi fatti lo indagano insieme a Raffaele Arzu e ad altri uomini sardi per il fallito assalto al portavalori del supermercato perugino per cui la procura ottiene il rito immediato e la condanna per associazione a delinquere. Le indagini arrivano poi nelle mani del pubblico ministero Antonella Duchini che riapre il fascicolo.

L’accusa E proprio il pm Duchini durante la requisitoria aveva sostenuto tra l’altro: «c’è un dato che da solo basterebbe alla condanna» . E riguarda l’arrivo dei rapinatori al Monte dei Paschi di Umbertide. «Si sono incontrati verso le 15.30, venti minuti prima dell’assalto, davanti al cimitero. Li vede il testimone che lavora lì, arrivare un Nissan Pick Up con a bordo due persone. Poi arriva un Doblò bianco guidato da una persona che scende per salire sul Pick up. Dopo arriva anche la Lancia Thema scura con due persone a bordo. Il testimone ha riconosciuto in aula davanti a voi chi è sceso dal Doblò. Ha detto che era il numero 12: cioè Raffaele Arzu. E lo ha riconosciuto senza alcun dubbio». Ma c’è anche chi ha riconosciuto Pala come uno degli occupanti della Lancia Thema, come colui che sparava dal sedile posteriore. E i giudici devono averli creduti.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.