venerdì 13 dicembre - Aggiornato alle 10:40

Molestie sessuali in comunità, don Lucio Gatti vuole patteggiare sedici mesi di pena (sospesa)

Don Lucio Gatti in procura a Perugia (foto Fabrizio troccoli)

di Francesca Marruco

Una condanna a sedici mesi. È questa l’entità della pena – sospesa – che l’ex numero uno della Caritas di Perugia, don Lucio Gatti, potrebbe patteggiare davanti al giudice Alberto Avenoso nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte molestie sessuali subite da alcuni ospiti delle comunità di recupero gestite all’epoca dal sacerdote. L’istanza di patteggiamento è stata presentata nelle scorse settimane dal legale del religioso, l’avvocato Nicola Di Mario. A questa istanza ha prestato il proprio consenso anche il sostituto procuratore titolare delle indagini Massimo Casucci. Adesso dunque manca solo che il giudice la accolga.

Gli scenari Teoricamente però il giudice potrebbe anche rigettarla. Per svariati motivi. Tutti previsti dalla legge. In particolare potrebbe farlo perché non ritiene congrua la pena concordata tra accusa e difesa, oppure perché non ritiene di poter concedere il beneficio di sospensione della pena, o infine perché non ritiene corretta la qualificazione giuridica del reato. La strada dunque, per il sacerdote sospeso per cinque anni dalla Curia di Perugia al termine di una indagine portata avanti da una commissione d’inchiesta interna, potrebbe ancora celare qualche insidia, oppure essere totalmente in discesa per arrivare alla chiusura veloce di una storia scomoda, che sarebbe conveniente non sviscerare in un processo ordinario a cui chiunque può prendere parte.

A chi conviene Non lo vuole nessuno. Né il sacerdote, che ha sempre negato di aver molestato sessualmente alcuni ospiti delle sue comunità, né evidentemente la Curia di Perugia, che aveva aperto una commissione d’inchiesta solo dopo il plateale intervento della trasmissione televisiva Le Iene, pur avendo ricevuto segnalazioni in merito anche in precedenza. Alle presunte vittime conviene? Va chiarito che patteggiare non vuol dire confessare. Patteggiare vuol dire chiudere velocemente la propria posizione con la giustizia italiana. Per i motivi più svariati: magari per non sostenere spese processuali, o per evitare la pubblicità di un dibattimento a porte aperte.

Escluse le vittime Chi inesorabilmente viene escluso nel patteggiamento è la parte civile. E in questa inchiesta di parti civili ce ne sono parecchie. Sono cinque i giovani che hanno denunciato don Lucio Gatti per averli molestati. I ragazzi, alcuni stranieri e altri italiani, sono rappresentati dagli avvocati David Zaganelli, Massimo. Brazzi, Federico Mazzi e Alessandro Fratini. Il giudice che accoglie il patteggiamento non può esprimersi su una richiesta risarcitoria presentata dalla parte civile, ma solo in alcuni casi sulle spese di costituzione delle parti. Dunque se questi giovani vorranno andare fino in fondo e chiedere un risarcimento, dovranno farlo davanti a un tribunale civile.

Due patteggiamenti Le variabili in questa storia esplosa solo dopo il caso televisivo, sono ancora parecchie, a partire da cosa deciderà di fare il giudice. A fare istanza di patteggiamento è stato anche l’altro indagato, Agostino Cruciani, di una comunità di Massa Martana. Per lui una pena di poco conto essendogli contestato un solo episodio. A don Lucio invece, che deve rispondere di sette episodi contestati nell’avviso di conclusione delle indagini, in questo accordo viene riconosciuta la cosiddetta ‘lieve entità’ del danno cagionato alle presunte vittime.

Lieve entità Lieve entità perché tecnicamente – sposando le versioni dei ragazzi che hanno denunciato – si tratta di baci, di toccamenti, di carezze. Nessuna violenza consumata nella normale accezione del termine. Niente di irreparabile come potrebbe essere uno stupro. Tecnicamente dunque un danno di lieve entità. A ben guardare però, al di là del dato oggettivo della violenza non consumata e del profilo delle vittime – che certamente non aiuta a formare una valutazione scevra da preconcetti – c’è quello altrettanto evidente del rapporto che intercorreva tra il sacerdote che gestiva quelle comunità e i suoi ospiti. Le sorti di quei ragazzi infatti – dal rientro in carcere, al rilascio del permesso di soggiorno, al recupero da una tossicodipendenza- dipendevano da lui, da un uomo che ha consacrato la sua esistenza a Dio e che, stando ai racconti di chi lo ha denunciato, a Dio avrebbe voltato le spalle nell’istante in cui ha cercato di approfittare di persone più deboli, che in quelle comunità cercavano una rinascita, possibilmente senza passaggio per gli inferi.

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