martedì 16 ottobre - Aggiornato alle 02:10

Meredith, i giudici: «Rudy non uccise da solo e forti sospetti contro Amanda e Raf, ma non oltre il ragionevole dubbio»

di Francesca Marruco

Di «forti sospetti» contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito, nonostante il «monolite invalicabile» dell’assenza di loro tracce sul corpo della vittima o nella stanza dell’omicidio, i giudici della Corte di Cassazione ne mettono in fila parecchi, ma insieme, o singolarmente, per gli ermellini che hanno assolto per sempre gli ex fidanzati dall’accusa di aver ucciso Meredith Kercher, non reggono «al di là di ogni ragionevole dubbio». E il fatto che questi sospetti, pur forti, non siano diventati prove granitiche, per i giudici è da imputarsi «alle clamorose defaillances, alle colpevoli omissioni», commesse dalla polizia giudiziaria durante le indagini. E’ questo, in estrema sintesi, il ragionamento con cui i giudici della quinta sezione penale della Corte di Cassazione hanno motivato in 52 pagine di sentenza l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, seppure con dubbi che a questo punto resteranno per sempre tali.

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Amanda In particolare per i giudici capitolini, la presenza di Amanda nella casa del delitto «è dato conclamato nel processo», mentre le tracce di sangue di Mez miste a dna dell’americana nel bagno piccolo sono un «dato di forte sospetto, ma non decisivo», perché «anche a ritenere certa l’attribuzione, l’elemento processuale sarebbe non univoco». Contro Amanda c’è poi la calunnia contro Lumumba,«non è dato comprendere – scrivono i giudici – infatti, quale ragione abbia potuto spingere la giovane statunitense a quelle gravi accuse». Sospetto anche per le dichiarazioni false di Amanda, mentre invece diventa «elemento neutro» il dna dell’americana sul coltello ritenuto dagli inquirenti arma del delitto. E per i giudici lo diventa perché la polizia scientifica, in presenza di un campione esiguo di sostanza biologica scelse di attribuirne l’appartenenza e non la natura posto che l’esiguità della traccia non permetteva un doppio accertamento. La scelta, per i giudici fu «assai discutibile, in quanto l’individuazione di tracce ematiche avrebbe consegnato un dato di formidabile rilievo probatorio».

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Raffaele Per quanto riguarda invece Raffaele Sollecito, posto che la traccia sul reggiseno di Mez, per i giudici diventa «elemento privo di valore indiziario» (per le modalità di repertazione e perché è insuscettibile di una seconda amplificazione),«resta nondimeno forte il sospetto che egli fosse realmente presente nella casa di via della Pergola la notte dell’omicidio, in un momento però, che non è stato possibile determinare. D’altro canto, certa la presenza della Knox in quella casa appare scarsamente credibile che egli non fosse con lei». I sospetti non sono fugabili dalle tesi difensive secondo cui Raffaele quella sera avrebbe interagito col computer, ma, per i giudici,«il compendio probatorio è contrassegnato da intrinseca contraddittorietà».

Scelte sbagliate La Corte, che per tutta la sentenza bacchetta le scelte strategiche della polizia, stigmatizza anche le teorie dell’accusa in merito alla pulizia selettiva, che bollano come «impossibile alla stregua di elementari regole di ordinaria esperienza» e alle tracce evidenziate dal luminol, che sarebbero state «travisate». I giudici spiegano quindi che al luminol reagiscono anche detersivi o succhi di frutta e ritengono sbagliata la «contestualizzazione» di quelle tracce fatta dai giudici fiorentini, che le hanno considerate come di sangue.

Uccisa da più persone Insomma, tanti sospetti, ma nessuna certezza per la Cassazione. Se non la calunnia di Amanda verso Lumumba e la partecipazione certa del delitto di Rudy Hermann Guede, che, sottolineano i giudici, «non ha agito da solo». I togati elencano gli elementi che portano alla conclusione di un delitto a più mani: «le tre ferite con andamento diversificato sono riconducibili, verosimilmente (anche se il dato è contestato dalle difese) a due diverse armi da taglio». Ed ancora, «la mancanza di segni di resistenza da parte della ragazza», «le tumefazioni agli arti superiori e le ecchimosi in zona mandibolare e labiale (per verosimile azione manuale di costrizione volta a tappare la bocca della vittima) rinvenute in sede di ispezione cadaverica e soprattutto le agghiaccianti modalità dell’omicidio».

La ricostruzione I giudici ricostruiscono quindi il barbaro omicidio di Meredith, che sarebbe stata «sgozzata, quando, verosimilmente, in ginocchio, con il capo reclinato, a viva forza, verso il pavimento, a breve distanza dall’armadio, è stata attinta da più coltellate al collo, di cui una ne ha determinato la morte». E questa è «un’azione meccanica assai difficilmente imputabile alla condotta di una sola persona».

Quale movente per tanta efferatezza? Non solo. I giudici infatti rimproverano i loro predecessori di non aver abbastanza valorizzato la tremenda modalità omicidiaria collegandola al movente.«L’efferatezza dell’azione delittuosa – scrivono – avrebbe potuto considerarsi, per abnorme sproporzione, assai poco compatibile con alcuna delle ipotesi prospettate in sentenza, ossia con meri dissapori con la Knox; con impulsi sessuali di alcuno dei partecipi e, forse, con la stessa ipotesi di un gioco erotico di gruppo finito male, di cui, peraltro, non è stato colto riscontro alcuno sul corpo della vittima, al di là della violazione della sua intimità ad opera di un gesto manuale del Guede». Ancora «meno compatibile» con l’ipotesi dell’irruzione di un ladro solitario che si trova di fronte qualcuno e che da un furto rischierebbe un’incriminazione per omicidio, per di più così efferato.

Poche certezze E allora cosa? Le certezze, per gli ultimi giudici che hanno assunto decisioni in questa lunghissima storia giudiziaria sono poche, ma di certo seminano dubbi ben precisi. Rudy Guede ha ucciso Meredith Kercher ma non ha agito da solo. Amanda quella sera era certamente nella casa del delitto e molto probabilmente anche Raffaele. I giudici non sanno dire quando e se questa presenza voglia dire un loro coinvolgimento attivo nell’omicidio. Ma se, come dicono i giudici, i due erano certamente nel casolare di via della Pergola, perché non difendere Meredith dal suo aggressore? Perché non chiamare aiuto mentre stava morendo? Perché non cercare di fermare l’assassino? E infine, perché non incolparlo dicendo di averlo visto? Perché non c’erano, come hanno sempre sostenuto, o perché anche loro erano impegnati nell’«agghiacciante omicidio»? L’unico che potrebbe dare risposte vere a queste domande è Guede, chiuso nel carcere di Viterbo che sconta i suoi 16 anni di carcere dopo aver sempre fornito una inverosimile quanto ostinata ricostruzione dei fatti.

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