di Enzo Beretta

Trentasei ordinanze di custodia cautelare in carcere vengono eseguite in queste ore dalla squadra mobile di Perugia. Nell’ambito dell’inchiesta antidroga Big Rock della Direzione distrettuale antimafia è emerso un traffico «ingente» di cocaina e un «giro di affari illeciti di assoluto rilievo» messo in piedi da un gruppo che aveva deciso di reinvestire i profitti illeciti per «rafforzare la propria posizione sul mercato». Il presunto sodalizio di albanesi – al quale sono stati sequestrati chili di cocaina e centinaia di migliaia di euro – riforniva pusher di «un certo calibro che acquistavano con frequenza e per quantitativi non irrisori». Si erano muniti di pistole per ingaggiare «scontri con gruppi rivali» e far pagare «sgarri» ai clienti. Durante le indagini, iniziate con il rinvenimento di cocaina in una scatola di scarpe da bambino proveniente dal Sud America, è emerso che gli spacciatori venivano ‘stipendiati’ e la droga, come d’altronde i soldi, venivano nascosti sotto terra anche a Passignano sul Trasimeno. Una pistola – è spiegato nell’ordinanza – è stata acquistata in cambio di 25 grammi di ‘neve’.

‘Stipendi bassi: i pusher si lamentano Stando alla ricostruzione del procuratore aggiunto Antonella Duchini nove indagati si sono associati per acquistare, detenere e cedere cocaina. Nella struttura piramidale c’era un «capo» cui veniva riconosciuta la «leadership»: il boss manteneva rapporti con un connazionale di stanza a Milano che garantiva «consegne a domicilio e tariffe concorrenziali». Oltre al rifornimento di sim telefoniche «fittiziamente intestate» e agli «stipendi da pagare ai pusher» (qualcuno «scontento» è andato a lamentarsi) la squadra si preoccupava di «difendersi» da «attacchi esterni». L’occultamento e lo smercio degli stupefacenti rientrava nelle mansioni dei collaboratori più stretti del «capo», impegnati anche a «insegnare i segreti del mestiere» agli spacciatori meno esperti.

La ‘polvere’ nelle scarpe del bambino Nelle carte si parla di un’«associazione armata» di «almeno due pistole» (tra cui una semiautomatica Beretta calibro 9×21 con matricola abrasa e caricatore di tipo militare parabellum). I primi passi dell’indagine della polizia si muovono nella primavera 2013 quando in questura si presenta una donna che racconta di un viaggio del fidanzato tornato dal Sud America con un «pacchetto regalo»: un paio di scarpette da bambino e cocaina. Gli investigatori ‘mettono sotto’ qualche telefono finché individuano il «filone albanese» e assestano il primo colpo al clan: otto chili di ‘polvere’ sequestrata.

143.200 euro nascosti sotto terra Il gruppo aveva un’abitudine: nascondeva la droga («anche in ingenti quantità») e il denaro illecito in nascondigli ricavati nell’aperta campagna. In questo modo i pusher erano ‘puliti’ e scavavano solo all’occorrenza. «Il rinvenimento della cocaina e del denaro occultati – è spiegato nell’ordinanza firmata dal gip Carla Giangamboni – ha reso possibile il recupero e il sequestro di svariati chilogrammi di sostanza stupefacente e di 143.200 euro».
Il denaro è sparito: «Quello lo tengo legato nel bosco tre giorni» Incrociando i dati di intercettazioni, latitudine e longitudine, i segugi dell’antidroga hanno individuato i tesori: pacchi da 30, 40 e 50 mila euro avvolti nel cellophane serrato dal nastro adesivo marrone. Ma anche la droga. Lo sconforto viene registrato in diretta insieme ai sospetti su un componente del gruppo: «Quello me lo prendo io, lo lego nel bosco e lo tengo lì per due o tre giorni». Il traffico di cocaina non conosce battute d’arresto perché le ambizioni del gruppo sono alte. C’è anche chi sogna di «guadagnare 30 mila euro» e tornarsene finalmente in Albania per «comprare una casa». L’attività è lucrosa, i ricavi schizzano. «Il boss ha guadagnato 300 mila euro e ne sta guadagnando altri 300viene detto in una conversazione spiata – adesso ha preso 40 mila, 10 mila in una settimana (…) guadagna 40 euro a pezzo».

«La pistola è come un cannone ma bisogna pulirla» Il gruppo entra in possesso di una pistola pagata – secondo le indagini – con 25 grammi di cocaina. Il venditore rassicura gli acquirenti sullo stato della semiautomatica Beretta 9×21 con matricola abrasa: «E’ come un cannone ma bisogna pulirla perché è piena di grasso».

«Il boss sfuggito all’agguato» La notte del 25 aprile 2014 nei pressi di un locale notturno di Corciano scoppia una violenta rissa tra albanesi durante la quale il boss – clandestino e destinatario di un provvedimento di espulsione – viene accoltellato al torace. Anziché accompagnarlo al pronto soccorso di Perugia, però, il capo viene portato all’ospedale di Arezzo «per evitare inopportuni interessamenti da parte della polizia». Ai medici detterà un nome falso. Quel ferimento – secondo la Direzione distrettuale antimafia – sarebbe da ricollegare a un episodio avvenuto quattro giorni prima, quando il boss insieme a due amici aveva aggredito nel parcheggio di un centro commerciale di via Settevalli un connazionale legato ad un gruppo rivale. Nel parcheggio della sala giochi di Corciano la polizia scientifica reperta una cartuccia non esplosa. E’ una calibro 7.65 Browning fabbricata in Serbia: «Ciò dimostra che la compagine dispone di più di un’arma».

In auto si parlava liberamente di affari Scrive il giudice: «Assumono particolare rilievo le intercettazioni ambientali piazzate nelle auto. Quelle conversazioni sono chiare nel linguaggio utilizzato e prive di riferimenti criptici. Gli interlocutori, che nutrivano un forte timore di essere intercettati e sostituivano frequentemente le sim dei cellulari, non temevano le captazioni ambientali. Le auto non erano dunque solo usate per prelevare e consegnare la droga ma anche per discutere di affari, ritardi nei pagamenti, possibili infedeltà».

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