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lunedì 29 novembre - Aggiornato alle 22:13

Mappa, pala e piccone: i segreti del naufrago di Montecristo dato per morto

Davide Pecorelli ha viaggiato da Medjugorje a Roma tra i fedeli. Si muoveva con un documento falso. I verbali dei pm in Albania

©Fabrizio Troccoli

di Enzo Beretta

Il viaggio da Medjugorje a Roma a bordo di un pulmino insieme a religiosi e pellegrini per non destare sospetti sul rientro in Italia.
Due prelievi al bancomat del Monte dei Paschi di Siena della Capitale.
Il treno in direzione Grosseto.
La carta d’identità contraffatta con la foto di Davide Pecorelli e il nome di un altro mostrata alla reception per affittare una stanza d’albergo all’Isola del Giglio.
Una mappa, utile non si sa bene a ritrovare cosa. La leggenda vorrebbe addirittura un tesoro.
Vabbè, non ci crede nessuno.
Un gommone carico con una pala e un piccone preso a noleggio per raggiungere l’Isola di Montecristo.
Il natante che imbarca acqua.
Ed è qui, in mare, tra le onde, che finisce la storia del moderno Edmond Dantès mai arrivato nell’isolotto reso celebre dal capolavoro di Alexandre Dumas. Anziché l’abate Faria questo imprenditore di Città di Castello che in molti davano per morto in Albania – arso vivo dentro una Skoda Fabia, si scoprirà, incendiata proprio da lui, che ci aveva lasciato dentro l’orologio, il cellulare e qualche ossicino preso chissà dove – incontra i carabinieri di Grosseto. Dopo averlo salvato dalle onde del naufragio, quando i militari capiscono chi è, lo denunciano per uso di atto falso e sostituzione di persona.
«Voglio raccontare tutto ai magistrati di Perugia», spiega frettolosamente.
Viene accontentato.
In Umbria viene ritirato fuori dall’armadio il fascicolo d’indagine sul suo omicidio: Davide Pecorelli, 45 anni, è quello che, in linea del tutto teorica, doveva essere la vittima. La realtà però è ben diversa e così, l’ex arbitro di Selci Lama, si presenta dai pm un po’ in sovrappeso con la maglietta grigina e una scritta eloquente: «Fuck». Chissà cosa avrà potuto pensare il povero Raffaele Cantone. Dall’olimpo dell’Anac a Pecorelli, stesso cognome di Mino, che da queste parti evoca ricordi su un buco nero della storia d’Italia più che su un naufrago che prima di farsi credere bruciato vivo, il 6 gennaio, aveva aperto una polizza con l’assicurazione da 300 mila euro nel settembre 2020. Per ricomparire, magicamente, dodici mesi più tardi.
Fine 2020.
Gli affari in Italia nel mondo delle parrucchierie vanno abbastanza male e si trasformano in debiti verso qualcuno che si fa avanti con una certa insistenza recriminando soldi. Pecorelli, una fidanzata albanese e quattro figli, il 3 gennaio 2021 parte per l’Albania, forse con l’intenzione – racconta – di mandare in porto un paio di operazioni immobiliari che gli restituiscano un po’ d’ossigeno.
Forse.
Forse, perché passano troppi pochi giorni – siamo arrivati al 6 gennaio, giorno della Befana – quando la Skoda Fabia affittata all’aeroporto viene ritrovata distrutta dalle fiamme a una trentina di chilometri da Puke. Le fiamme avvolgono anche il cellulare e l’orologio di Pecorelli. Nell’abitacolo ci sono alcune ossa ma non sembrano le sue. Chissà da dove provengono.
Pecorelli sparisce. Un buco temporale di otto mesi e 11 giorni.
Fino al 17 settembre.
Dov’è stato Pecorelli tutto questo tempo? «Sono stato in una comunità di preti vicino Medjugorje».
E poi?
Tutte le strade portano a Roma. Figuriamoci da Medjugorje.
Stando al suo racconto, infatti, viaggia su un pulmino verso la Capitale insieme a preti, pellegrini e religiosi. Venerdì 17 settembre si ferma a un bancomat del Mps e preleva denaro contante. Gliene serve altro, inserisce di nuovo la tessera nella cash-machine il giorno dopo, sabato 18.
Finché, a bordo di un treno, prende la via per Grosseto. Più precisamente arriverà all’Isola del Giglio dove si presenta alla reception di un albergo con un documento falsificato che estrae dalla tasca: una carta d’identità che di Pecorelli porta soltanto la foto.
Sta lì alcuni giorni.
Non si capisce bene cosa faccia.
Apre e riapre una mappa.
Non è chiaro cosa cerchi.
Siamo quasi al termine di questa storia perché quando Pecorelli si mette in testa di raggiungere Montecristo con un gommone preso a noleggio il natante va in avaria e c’è bisogno di chiedere aiuto. Nello scafo ci sono un piccone e una pala. I carabinieri lo soccorrono. Svela la sua vera identità. «Sono io quello che tutti credono morto». I carabinieri lo indagano.
Lunedì 20 settembre l’ex arbitro (sì, ha fatto anche quello nella sua vita) è a Perugia.
Ore 16 in punto. La persona offesa di un omicidio si presenta in Procura con le sue gambe. Un paio di pantaloni jeans chiari, le meches ai capelli un po’ rossicci, un cappellino da baseball, le lenti fumé degli occhialoni da sole, la scritta «Fuck» sulla maglietta all’altezza dell’ombelico.
Rende dichiarazioni per due ore, poco più.
«Sembrava ci raccontasse un romanzo di Jules Verne», confida un investigatore di lungo corso. Per le sembianze, però, il protagonista rimanda al rapper romano Piotta (quello del Supercafone, «Sento un fischio, non resisto musica maestro, vai cor disco…») più che al gentleman inglese Phileas Fogg. Per la Procura di Perugia, in ogni modo, il caso è chiuso. Prima, però, un’ultima cosa: il verbale verrà trasmesso ai magistrati di Grosseto e a quelli albanesi. I guai, per il «resuscitato», non sono finiti.

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