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mercoledì 20 ottobre - Aggiornato alle 03:29

Mamma vittima di violenza consegna il bambino: le interminabili ore davanti a una casa famiglia

Il momento dell’affidamento da parte della madre alle assistenti sociali. La cronaca di un dolore, tra i più profondi

di Maurizio Troccoli

I lettori di Umbria24, o almeno diversi tra questi, conoscono la storia del bambino di Assisi che abbiamo chiamato Lorenzo. Un bimbo che i giudici hanno deciso di staccare dalla mamma, la quale, ha denunciato il suo ex compagno per violenze. Una vicenda che vede i due genitori protagonisti di una battaglia giudiziaria, le cui posizioni sono così esemplificate: lei sostiene che il papà del bimbo è stato violento, anche con il piccolo. Lui, viceversa, afferma che è tutta un’invenzione e che si vede costretto, lontano dal figlio, perché la madre, lo influenzerebbe a non frequentarlo più. In mezzo c’è lo Stato. Ci sono gli assistenti sociali, gli psicologi, i giudici, il mondo degli adulti, quelli che dovrebbero impiegare ogni sforzo per mettere al centro il benessere del minore.

La consegna Senza entrare nel merito dei retroscena che ognuno può approfondire qui, siamo alle ultime battute di questa vicenda. Quando il bambino è a due metri dalla porta della ‘casa famiglia’ a cui è stato destinato, dai giudici. I quali hanno stabilito che, ad accompagnarlo, fosse la propria mamma. Chi scrive, padre di due bambini, era presente al momento della consegna. Lorenzo è dentro l’auto della madre, sono ore strazianti, documentate anche da un video. La mamma suona alla porta della casa famiglia: «Sono Flavia (nome di fantasia), la mamma di Lorenzo, devo consegnare mio figlio».

La testimonianza del giornalista La strada che porta a questa ‘casa famiglia’, è un percorso incantevole. Granturco, orzo, spighe, spianate di campi ben coltivati. I borghi umbri svettano, tra il giallo, il verde, i marroni di questi ‘velluti’. Linee di cipressi ne disegnano i confini e curve dolci scontornano il paesaggio. L’auto di Flavia, con a bordo Lorenzo, sfreccia. Mancano pochi minuti all’orario della consegna. L’auto su cui viaggio io, è poco distante. Allora penso ai miei figli. Mi chiedo se mai avrei trovato la forza di guidare, al posto di quella mamma. Penso al fatto che, probabilmente, non mi verrebbero dato neppure il tempo di raccontare quali libri preferisce leggere, o quali cartoni guardare, che ama mordere una fetta di pane, prima del pranzo o che odia le pappe mollicce. La mente mi dice che forse avrei sterzato all’improvviso assumendomi, consapevolmente, la responsabilità di un gesto penalmente gravissimo. D’altronde avrebbe avuto il sopravvento, il pensiero che si può persino accettare un sopruso contro sé stessi, ma i figli, sono figli. Anche quando è qualcun altro a decidere fino a che punto ti appartengono.

Sotto il sole di giugno Quella porta si apre. Escono tre assistenti sociali. Hanno l’area di chi conosce il momento e le dinamiche. Sono dolci, comprensive. Il tono è calmo e paziente, anche se la mascherina che indossano si svuota e si riempie per il fiatone. Proprio come il diaframma delle loro pance. Le mascherine, a loro, come a me, nascondono. Il bambino è nell’auto della mamma. Appena percepito che è il momento di salutarla, si dimena, accende le quattro frecce dell’auto, tira calci, scuote la testa, urla. Non vuole sentire nessuno che provi a usare frasi consolatorie. Neppure quelle della madre. Lui urla: «Mamma non mi abbandonare». E poi: «Mi avete rovinato la vita». Ancora : «Andate via». «Mamma portami via». Le assistenti sociali, si accorgono che quell’auto è un forno sotto il sole di giugno. Che il bimbo rischia di sentirsi male. Una di loro afferma: «Non ci sono i presupposti per questa consegna, il piccolo non è sereno». Un’altra va a prendere una bottiglia d’acqua. La mamma gliene versa un bicchiere. Le dicono: «Andate, ritornate a casa. Bisognerà concordare una modalità diversa». Ma la mamma precisa: «Non così. Il mio avvocato mi ha detto che qualunque decisione deve essere messa nero su bianco». Rimane lì. Il piccolo non si muove dall’auto.

Lo strazio Col passare dei minuti, si accorge che l’aria è cambiata. La porta di quella casa famiglia è chiusa da un po’. Esce dall’auto, si aggrappa alla gamba della mamma, accenna qualche sorriso, il suo sguardo è fisso su di lei, sembra chiederle carezze, attenzioni, che lei non gli fa mancare. Quella calma recuperata, in attesa di un foglio di carta, è bruscamente interrotta da un’auto medica. Ci sono 4 operatori sanitari all’interno. Il bambino appena la vede, corre di nuovo nell’auto. Gira il capo a destra e sinistra. Sembra un uccellino in trappola che non sa come fare per dare un termine a quell’incubo. Da entrambi i lati dell’auto sfilano, un medico e quattro operatori sanitari. Portano alcuni apparecchi che assomigliano a defibrillatori. Entrano nella struttura. Alcuni di loro rimangono fuori. Intanto il piccolo riprende a urlare. I sanitari all’esterno chiedono perché mai un bimbo stia vivendo quei momenti di puro terrore. Lo chiedono anche a me. Qualcuno di loro: «Come fa quella madre a rimanere lì e a non scappare via con il figlio?». Un operatore sanitario vuole conoscere maggiori dettagli, poi si lascia andare a una affermazione che è consigliabile non ripetere qui: in sostanza a cosa avrebbe fatto lui a tutti i presenti. Dopo l’auto medica, arriva un’ambulanza. E dopo l’ambulanza arrivano altre persone, vestite in abiti civili. Qualcuno, tra i presenti, dice che si tratta di altri operatori sociali, di psicologi e di psichiatri. Ma poi arrivano anche tre poliziotti in borghese e due carabinieri in divisa. L’auto sembra circondata, come se all’interno ci fosse qualcuno di pericoloso. Lì continua a esserci un bambino. Le sue guance sono rosse, gli occhi non hanno più lacrime, si sgola e ha conati di vomito.

Le mani I miei occhi, mettono a fuoco una manina. E’ cicciotta, aggrappa l’avanbraccio della mamma. La trattiene, probabilmente con la forza che impiegherebbe mio figlio nel trattenermi lì con lui, davanti a un qualcosa che percepisce come un pericolo. La mamma trova ancora la forza per rincuorarlo. Ma quando lui, implorando le dice: «Perché mi fate tutto questo», a lei si gonfia il volto. Sembra esplodere. Lascio. E’ stato il momento in cui, ho ceduto al mio dovere di giornalista, le gambe hanno preso a camminare. Hanno cercato di allontanarsi dal dolore, tra i più profondi a cui abbia mai assistito, in diversi anni di cronaca. La mamma no. Accosta la testolina del figlio al ventre suo, gli accarezza i capelli, lo rassicura con parole che la distanza non permette più di cogliere.

L’ultimo istante con la mamma Viene chiamata, prima dal medico, mentre il nonno gira intorno all’auto, provando a trovare una motivazione valida a giustificare tanto strazio. Poi da una donna che al bambino racconterà come il suo sia un nome importante. Per un attimo sembra tranquillizzarsi. Non è dato sapere quanto quel calo della tensione sia associabile a uno sfiancamento o ai messaggi rassicuranti. Sta di fatto che di lì a poco, il piccolo ritorna a piangere, urlare. I carabinieri dopo avere confabulato con la madre, si mettono in auto e vanno via. Il medico si rende conto che quel bambino da quell’auto non uscirà. Tenta un’altra strada. Indica che bisogna andare in ospedale. Lo si farà con l’ambulanza. La mamma persuade il bambino a salirci, insieme a lei e a una delle assistenti sociali della struttura, che continuano a essere amabili, comprensive, disponibili, pazienti. Lui, alla porta della casa famiglia preferisce quella dell’ambulanza. La manina è stretta a quella della mamma. Anche quando deve salutare il nonno, che sa di non rivederlo ritornare a casa. Arrivati in Pediatria, dietro al bambino si chiude la porta dell’ambulatorio. «Signora – le dice un medico – lei deve rimanere fuori». E’ l’ultimo istante in cui la mano di Lorenzo resta attaccata a quella della mamma. Lei sentirà solo la sua voce. Ma ci sono ormai delle figure che non le consentono di agire. Forse poliziotti. Poi un corridoio e una porta chiusa, la corsia di un reparto di ospedale, non più percorribile per lei. Si dispera: «Non sono riuscita a salutarlo. Penserà che l’ho abbandonato». C’è ora solo la possibilità di scrivergli due righe, su un foglietto.

Le domande Restano un nodo in gola e tante domande: quante donne vittime di violenza saranno influenzate da simili storie? Lorenzo a chi darà la responsabilità? Chi risarcirà mai questo bambino, non solo del periodo fin qui vissuto tra paure, ansie e inquietudini, non di quello che trascorrerà da oggi, con le mancanze, che tali sarebbero per ognuno di noi, ma chi lo risarcirà di quelle ore trascorse lì, in quell’auto? Per quanto tempo quelle immagini, quell’andirivieni di figure minacciose, ai suoi occhi, negli ultimi momenti di presenza della mamma, ritorneranno alla sua mente, di notte e di giorno? Chi potrebbe quantificare il dolore del distacco da una madre, quel saliscendi emotivo di ore, tra la speranza di averla ancora con sé e il disarmo di non potere fare nulla contro quella mano che si sfila? Quanto è profondo e quanto continuerà a scavare quell’angoscia nel suo intimo? E per quale valida ragione l’ha dovuta vivere? La domanda è se non sia questa una sconfitta del mondo degli adulti. Se davvero fosse questo, per il bambino, il danno minore, nonostante la dignità della sua casa e l’incontestabile similarità di questa madre a tantissime altre madri. Imperfetta quanto si vuole, sicuramente meno di chi, davanti a una simile prova, avrebbe trattenuto a sé il proprio bambino a qualunque costo. Genitrice, tra l’altro, di un altro bimbo, per il quale, nessuno le contesta capacità genitoriale. Quand’anche fosse prioritaria la bi-genitorialità, ci si chiede se debba, forzatamente passare per una autentica violenza a un dolcissimo bambino. Violenza di cui, ognuno, compreso chi scrive, avrà le carte in regola per non sentirsene responsabile. A cui però, le rispettive coscienze risponderanno: tacendo o interrogando. Come quando la sensazione di obbedire alla legge consola, ma il senso di giustizia non placa l’inquietudine.

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