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sabato 26 novembre - Aggiornato alle 09:45

L’avvocato Fernando Mucci: i miei (primi) cinquant’anni con la toga

Perugia, non era neppure laureato quando entrò nello studio del Professor Fabio Dean. Aneddoti e retroscena di una carriera infinita

L'avvocato Fernando Mucci

di Enzo Beretta

Di questi cinquant’anni restano immagini memorabili. Che spettacolo. Schegge di curriculum: Fernando Mucci, 78 anni portati alla grande, originario di un paesino del Molise, avvocato da mezzo secolo a Perugia. Orientamento politico: socialista. È stato il primo praticante di quel fuoriclasse di Fabio Dean, suo braccio destro per 25 lunghi anni. Anni frenetici, complessi, indimenticabili, grandiosi.

L’allievo e il maestro Il finestrone dell’ufficio di Fernando Mucci in via XIV Settembre si affaccia sul palazzo del tribunale penale. Sulla scrivania fogli pieni di appunti, due pile di fascicoli e bozze di schemi. Il parquet che scricchiola, i quadri alle pareti, una certa sobrietà negli arredi. Lui scatta sulla poltrona come un grillo: «Facevo l’Università a Roma ma ero fidanzato con una ragazza di Perugia con la quale non mi sarei più lasciato. Una mia compagna di studi sapeva delle mie trasferte amorose in Umbria e mi chiese il piacere di portare i suoi saluti allo zio, un tale Mastromatteo, professione giudice. Per non deluderla mi sorbettai l’intera udienza a Palazzo di Giustizia, verso l’ora di pranzo mi avvicinai per assolvere il mio compito e quello mi fece: ‘Che lavoro vuol fare da grande? L’avvocato? Vada a parlare con Bagianti, Leonelli, Duranti e Dean, magari hanno bisogno di una mano…’». I primi tre rispondono picche, gli studi legali sono già pieni, non c’è più tempo ormai per bussare alla porta di Dean perché il treno per Roma sta per ripartire. Invece no. Alla stazione hanno appena annunciato un’ora e mezzo di ritardo. Perciò lo chiama dal telefono a gettoni, Dean gli dice di presentarsi subito in Corso Vannucci e mette su il ghigno: «Mucci, lei tra un mese si laurea. Sia sincero con me: l’Università, l’ha fatta bene? Ha studiato, oppure si è solo divertito in questi anni a La Sapienza?». L’allievo e il maestro. Due anime gemelle hanno appena intrapreso una grande avventura. Sarebbero rimasti insieme dal 1969 al 1994. Una storia lunga con una grandiosità sconcertante e innegabile.

Una grande carriera Polvere di memoria: la maxi-inchiesta su Licio Gelli e la loggia P2, Paolo Rossi coinvolto nel calcioscommesse, l’omicidio di Luigi Calabresi, la morte del Banchiere di Dio, Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il no a Raffaele Cutolo che voleva farsi difendere a Perugia. In mezzo gag da puro cabaret: come quella volta che il professore invita una cinquantina di giornalisti a bere un aperitivo in uno chicchettoso locale di Milano e sul più bello se ne va dimenticandosi di pagare (al conto avrebbe dovuto provvedere un povero cronista di Paese Sera, l’ultimo ad andarsene, praticamente ostaggio del titolare).
Stretto nel suo abito blu, la cravatta bordeaux, le rughe belle dell’età, Mucci spolvera altri frammenti e aneddoti di vicende strepitose. Citare Fabio Dean, è evidente, fa bene al suo umore: «Il professore aveva vari autisti, quasi tutti clienti indigenti dai quali avanzava qualcosa. In questo circo c’era un po’ di tutto: uno lo cacciò subito perché suonava troppo frequentemente il clacson e lui, durante i viaggi, amava riposare. Con un altro, invece, che non conosceva le strade, abbiamo girato intorno al grande raccordo anulare di Roma per due ore. Dovevamo andare a Bologna. D’un tratto il professore inizia a dettarmi i motivi d’appello di un processo, mentre prendo appunti mi accorgo che si era addormentato. Non chiedetemi come sia possibile ma quando si è svegliato, 45 minuti più tardi, ha ripreso esattamente dal punto in cui aveva sospeso… fenomenale, non ho mai capito se dormisse veramente oppure facesse finta».

«Mucci, ce la facciamo una giocatina al casinò?» Quello che avete letto sui giornali è niente. «Processo Ghini. L’intervento di Dean fu di una lucidità straordinaria, eppure, quando prese la parola, tutti quanti ci eravamo accorti che aveva sonnecchiato in aula fino a un minuto prima. Quante risate, poi, quando il gip al termine della sua arringa gli disse ‘grazie, Professore’, e lui senza scomporsi, con quel vocione, rispose ‘prego’». Ha detto esattamente così: ‘prego’». Al giudice.
Una leggenda assoluta, Dean, personaggio strepitoso. Un dono del cielo. Ogni giorno al suo fianco era un giorno nuovo. Bastava stare fermi, faceva tutto lui. Talento magnifico.
Per la cronaca, quella volta, seppur con qualche difficoltà, a Bologna ci arrivarono e il processo al ricco gioielliere andò anche piuttosto bene. Si erano fatte le otto di sera. «Mucci, andiamo a Venezia a fare una giocatina al casinò?». E via, fino alle 3 del mattino. Instancabile. Mattiniero. «Mi raccomando Mucci – i due si sono sempre dati del lei – domani dobbiamo ripartire presto, metta la sveglia puntuale alle 6».
Lo sguardo elettrico. È in palla oggi Fernando.
Solo qualche settimana fa ondeggiava drammatico in questo stesso studio, con l’iPhone in mano, tentando di convincermi a cancellare una notizia su Umbria24 dietro le sollecitazioni di un cliente che covava una bizzarra pretesa all’oblio. Finì con un aperitivo.

Aneddoti e retroscena Uomo di spirito, Nando Mucci, l’aspetto un filo austero non inganni. Postura ed eloquio da Prima Repubblica. Parla senza reticenze, sguazza negli aneddoti e nei retroscena che racconta con gusto e antica eleganza.
Mattina tardi.
Per arrivare al Caffè Corretto bisogna attraversare la rotonda. Lì fuori sosta un capannello di avvocati con sguardi bassi, voci basse. Quasi tutti uguali: le giacche un po’ striminzite, la riga ai pantaloni con l’orlo altissimo, tutti perfettini, l’aria profumata. Capita l’antifona, uno, con lo sguardo, al solito, un po’ fisso, si avvicina e soffia: «Patteggio, che altro dovrei fare?». I soliti Calamandrei. Un altro (che anche se non sembra è laureato in Giurisprudenza) mette a punto una strategia difensiva talmente raffinata da sembrare inesistente.
Squilla il telefono. È il direttore: ‘Che notizie abbiamo?’. Anche oggi ci sforzeremo di cantare messa con i frati che ci sono.
Andrea, quando puoi, per piacere, un caffè e una spremuta d’arancia.
Entra nel barretto un energumeno coi capelli rasati e pieno di tatuaggi. Dalla porta a vetri si intravede un nugolo di avvocati con qualche capello bianco sulle tempie, gentiluomini rispettati che se ci parli non ti sembra di essere proprio alla fermata del minimetro.
Altri quattro caffè, uno al vetro.
La scena è questa, e su questa scena compare Nicola Di Mario. Per parlare un po’ di giudiziaria c’è bisogno anche di lui, penalista autorevole, rango assoluto. Il sorriso di Mucci si apre sincero.
E un decaffeinato. Grazie.
Mezzo giro di cucchiaino e subito qualcuno lo pungola chiedendogli di raccontarci di quel vecchio collega specializzato in pratiche assicurative. Cala un breve silenzio di stupore. Adesso che parla Mucci non fiata più nessuno. Si esprime senza untuosa retorica. Spezza la punta di una sigaretta (così ne fuma di meno): «Veniva in tribunale con le macchinine, quelle dei ragazzini, perché era convinto che sennò i giudici non capivano la dinamica degli incidenti. E quando un giorno, uno, gli suggerì di patteggiare si mise a urlare come un matto nel corridoio. ‘Ma siete pazzi? Qui facciamo primo grado, appello, Cassazione, la tiriamo alle calende greche, altro che patteggiamo…’».

«In nome del popolo italiano…» Risatine complici. Fernando Mucci si diverte con il ghigno che conoscete. Si ferma, sorride ironico, riparte, accavalla un paio di episodi. Con una capriola delle sue torna a raccontare una scena avvenuta forse cent’anni fa, destinata per l’eterno a galleggiare tra la storia e la leggenda. Sentite che roba. Un giudice, nel suo ultimo giorno di lavoro, riceve in ufficio la visita di un avvocato che gli sussurra: ‘Non ti ho mai chiesto niente, oggi però devi farmi un piacere. Ho due processi con te, nel primo è imputato un cliente buono, uno che paga bene, forse è perfino innocente; nel secondo invece difendo un disgraziato, un mascalzone che sarebbe giusto condannare. Ci vediamo fuori, mi raccomando…’. L’ermellino esce per la lettura dei dispositivi e fa l’esatto contrario. «In nome del popolo italiano…». Condanna il primo, assolve il secondo. ‘Ma che hai combinato?’Mi sono sbagliato, scusa. Che ci posso fare, mi sono sbagliato, giuro che non l’ho fatto apposta. Sono pronto a pagare’. Tende il collo, serra la mascella e dice: ‘Dammi uno schiaffo, dico davvero, voglio uno schiaffo, me lo merito’.
Mucci l’ha infiocchettata meglio, ovviamente, ma il succo del discorso è questo. Tutto a dir poco curioso.
Ormai è andata. Il trucco di essere divertente gli riesce ancora.

La Toga d’oro Fernando Mucci ha appena raggiunto il traguardo dei 50 anni di esercizio della professione forense. Per due anni, dal 2000 al 2001, è stato presidente del Consiglio dell’Ordine.
Nel 1972, quando è diventato avvocato, c’erano 150 iscritti a Perugia, oggi i professionisti sono 2.129.
Proprio un altro mondo. L’avvocato Mucci è stato invitato a partecipare alla serata di gala del 2 dicembre nella quale verrà premiato con la Toga d’oro. Per la sua festa lo aspettano con il tappeto di velluto.
È giusto così.
Non mancheranno la moglie Lina, i figli Silvia e Nicola, anche lui avvocato, i colleghi di studio Francesco Blasi, Gian Luca Falcinelli, Roberto Fiorucci, Chiara Casaglia e Maria Stella Sepioni.
Saluti. Sigla. Titoli di coda.
Ci saranno applausi (e occhi lucidi che guarderanno verso l’alto).
Cinquant’anni, vi rendete conto, Dio Madonna.

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