mercoledì 24 ottobre - Aggiornato alle 07:26

Inchiesta Apogeo, il proprietario del Domo: «Ecco come la camorra mi ha rovinato la vita»

I guai per Roberto Tassi iniziano a fine 2009 quando «l'imprenditore di successo» Giuseppe D'Urso varca le porte dell'hotel Domo di Perugia

L'hotel Domo alle porte di Perugia

di Daniele Bovi

Parla Roberto Tassi, proprietario dell’hotel Domo di Perugia, sequestrato nell’ambito dell’inchiesta «Apogeo». Tassi che è parte lesa visto che dopo aver stipulato un contratto di affitto d’impresa con Giuseppe D’Urso (finito agli arresti insieme a 15 altre persone), con la promessa di acquistarlo entro pochi mesi, secondo l’accusa l’albergo è stato gestito in modo da sottrarre all’impresa tutti i guadagni. Guadagni che invece venivano intascati dal presunto sodalizio.

«Salve, mi chiamo Giuseppe D’Urso e sono un imprenditore di successo». I guai per Roberto Tassi iniziano a fine 2009 quando «l’imprenditore di successo», arrestato insieme ad altre 15 persone mercoledì nell’ambito dell’operazione «Apogeo», varca le porte dell’hotel Domo di Perugia. Un bel quattro stelle seminascosto nel verde di Santa Lucia che D’Urso e soci in poco più di un anno svuoteranno di ogni profitto eleggendolo anche, come ricostruiscono le carte dell’inchiesta, a base dei traffici del presunto sodalizio. Così vuoto che Tassi, proprietario della struttura, è costretto a «svendere» la sua bella casa per tappare «i buffi lasciati da questi signori». «Buffi», cioè debiti, che ammontano ad almeno 500 mila euro.

Dalla villa all’hotel La storia che Tassi decide di raccontare a Umbria24.it è emblematica di come la camorra si muove in territori «incontaminati» come quelli dell’Umbria, dove arriva con la faccia da persona perbene e le tasche gonfie di soldi puzzolenti che sgorgano dai pozzi dell’economia florida dei clan. Ora Roberto Tassi, insieme a sua moglie e alla sua famiglia, vivono in una stanza dell’hotel di cui si prendono amorevolmente cura. «Agosto e settembre – dice Tassi – sono andati benissimo, l’hotel è sempre pieno e ha ripreso a marciare». A testa alta e con lo sguardo fiero si servono le colazioni, si registrano le prenotazioni e fuori c’è da sistemare il pratino sporcato da mesi di una gestione solo apparentemente folle.

Arriva D’Urso «A fine 2009 ero stanco – spiega Tassi – e decido di vendere l’albergo. Così la moglie di un mio caro amico (Fiorella Pavan, anche lei in manette, ndr) mi presenta Giuseppe D’Urso». Modi affabili, persona cortese e «imprenditore di successo». «Mi informo – continua Tassi – e vengo a sapere che hanno un maxi-appalto a Ponte San Giovanni (i 300 appartamenti in costruzione sequestrati, ndr). Garanzie solide, penso io. Pensi che gli ho pure chiesto, anche se mi rendo conto che era una domanda stupida: “Ma i suoi soldi sono puliti?”. Sì sì mi risponde, è tutto alla luce del sole. Diceva che lui aveva avuto problemi con i clan, che lo volevano fare fuori, ma che ora aveva chiuso con quella gente».

Siamo al completo L’affare si chiude con un contratto di affitto d’impresa: D’Urso gestisce l’hotel prima tramite la Pavan e poi tramite Marcello Briganti, anche lui in carcere, ed entro pochi mesi si impegna a rilevare il tutto. La proprietà, e questo è un elemento decisivo, rimane in mano a Tassi. Da qui inizia la solo apparentemente folle gestione. Come riportano le carte dell’inchiesta, è la sera del 16 febbraio scorso quando un carabiniere, fingendosi un cliente, tenta di affittare una stanza al Domo. La porta però è chiusa a chiave. Suona, alla porta si affaccia Briganti: «Siamo al completo». Dentro, Urso e altri sono in riunione. Da qui, secondo la testimonianza di Gennaro De Pandi, la presunta testa di legno, «lo schiavo di merda» come viene definito nel corso di una telefonata, Urso e altri gestivano i presunti traffici.

Firme false Nel corso della gestione Urso-Pavan-Briganti, si assume del personale per gestire l’albergo: «Le firme però – dice Tassi – erano false ed erano le mie. Ora questa gente sta bussando alla mia porta per avere il dovuto». Cominciano i problemi: «D’Urso – spiega Tassi – rimanda sempre l’acquisto accampando scuse, il personale non viene pagato, le fatture ai fornitori, sempre diversi, non vengono pagate mentre tutti gli attivi vengono girati sui conti non della Domo ma bensì su quelli delle scatole vuote come la Sfa, una società anonima svizzera». Neanche l’acqua e la luce vengono pagate.

Qui a schifio finisce Roberto Tassi allora, come riportano le carte, chiama De Pandi: «C’è un problema grosso – dice Tassi – stanno staccando l’acqua, è un casino. Qui a schifio finisce». E poi: «Ci sono un sacco di irregolarità amministrative Gennaro questo lo dico a te, sta attento che tu ci rischi il culo, come me». «Ci si va in galera – dice Tassi al telefono – ci si va in galera su ste cose, o ragazzi! Qui mi salta non solo l’albergo, ma la vita!». De Pandi allora chiama Giuseppe D’Urso, gli riporta le proteste di Tassi che D’Urso liquida così: «Se puoi andare là – ordina D’Urso – puoi dire che… sette-otto giorni paghiamo tutto e ti credono. Intanto noi ce ne andiamo e se ne vada a fare in culo Tassi».

Lo sconto Ma non è finita qui. Visto che, secondo l’accusa, la gestione non pagava niente e nessuno, «questi qui – dice Tassi – mi abbassano pure le tariffe. Tanto intascavano tutto e non pagavano niente». Continuamente poi cambiano anche i numeri di telefono dell’hotel visto che alle compagnie non venivano pagate le fatture». Da ultimo poi, non rispettando le regole, secondo Tassi in hotel viene installato un Pos-bancomat che manda tutti gli introiti sui conti non della Domo, ma di D’Urso.

Ma ti vuoi rovinare la vita? Tassi ha poi un ruolo centrale anche per quanto riguarda la confessione di De Pandi: «E’ un ragazzo giovane – dice – che qui mi aiutava come cuoco in cambio di una camera. La sera ci sedevamo e lui parlava, confessandomi quanto stava subendo. Ma tu, gli dicevo, ti vuoi rovinare la vita? Così, visto che ha un parente nelle forze dell’ordine, l’ho spinto a confessare tutto». Nel marzo scorso, la liberazione: «Ho buttato fuori tutti dal mio albergo». Ora, Tassi spera che si arrivi ad un rapido dissequestro per continuare a lavorare in tranquillità nel verde di Santa Lucia.


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