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domenica 22 maggio - Aggiornato alle 18:30

Il Governo dalla parte di Cortese e Improta: «Shalabayeva? Un’espulsione regolare»

Perugia, tre giorni prima dell’inizio del processo d’appello ai due big della polizia il Viminale risponde all’interrogazione del Pd

Il questore Maurizio Improta

di Enzo Beretta

A tre giorni dall’inizio del processo d’appello sul caso Shalabayeva – durante il quale Renato Cortese e Maurizio Improta proveranno a ribaltare la condanna a cinque anni inflitta dal tribunale di Perugia che in sentenza parla di «rapimento di Stato» – il Ministero dell’Interno prende una posizione ufficiale in difesa dei superpoliziotti. Lo fa rispondendo a un’interrogazione parlamentare avanzata tre mesi fa dal parlamentare Carmelo Miceli. Probabilmente per accelerare i tempi, l’avvocato, eletto nelle liste del Partito Democratico in Sicilia, mercoledì 12 gennaio sollecita agli Interni, alla Giustizia e agli Affari esteri una «risposta scritta» per sapere «se la procedura adottata dalla questura di Roma è conforme alla normativa in materia di immigrazione». L’interrogazione del penalista agrigentino riporta alcuni passi delle motivazioni di Narducci, ad esempio quando definisce l’operazione una «extraordinary rendition al di fuori delle maglie degli istituti di diritto processuale». Puntuale la replica, protocollata il 14 gennaio, attraverso la quale il governo risponde che il rimpatrio di Alma Shalabayeva e della figlia di sei anni, avvenuta nella primavera del 2013, si svolse secondo le «normative vigenti».

FALSI PRESCRITTI, RESTA SOLO IL SEQUESTRO DI PERSONA

Il documento falso di Alma Ayan Il sottosegretario di Stato, Nicola Molteni, spiega che durante il blitz della squadra mobile e della Digos romana nella villa di Casal Palocco non venne trovato il dissidente kazako Mukhtar Ablyazov – «ricercato in campo internazionale dal Kazakistan in quanto destinatario di un mandato di cattura emesso dalla Corte di Almaty nel 2009 per truffa e associazione criminale» – ma una donna «in possesso di un passaporto diplomatico della Repubblica Centrafricana a nome ‘Alma Ayan’, con evidenti segni di contraffazione, privo del visto d’ingresso e del timbro uniforme Schengen». Alma – è la ricostruzione – venne dunque accompagnata all’Ufficio immigrazione di via San Vitale e fotosegnalata: in quella circostanza dichiarò di essere di «nazionalità kazaka». Intanto, insieme alla conferma del documento falsificato, ecco dalla Farnesina la nota formale secondo cui «Alma Ayan non beneficiava di alcuno status diplomatico-consolare nella Repubblica Italiana».

L’espulsione Si avviarono, dunque, le procedure per l’espulsione: «Si evidenzia che dagli atti in possesso della Questura di Roma – scrive il Viminale – durante l’espletamento dell’iter procedimentale finalizzato all’emanazione del decreto di espulsione adottato dalla Prefettura, la cittadina straniera non ha riferito informazioni o prodotto documenti che consentissero una diversa definizione della posizione amministrativa sul territorio dello Stato, né, tantomeno, fatto richiesta di protezione internazionale». Ancora: «Come previsto dalla normativa la Questura di Roma provvedeva al trattenimento di Alma Ayan presso il Cie di Ponte Galeria e il decreto di espulsione veniva convalidato dall’autorità giudiziaria». Nell’atto si parla anche del «rischio di fuga» che «si configura il pericolo che lo straniero possa sottrarsi alla volontaria esecuzione del provvedimento di espulsione e ricorre se la persona da rimpatriare non dispone di un passaporto valido».

FARI PUNTATI SU PERUGIA PER UNO DEI PROCESSI PIÙ IMPORTANTI D’ITALIA

‘Shalabayeva non ha mai fornito le sue esatte generalità’ Nelle conclusioni Molteni spiega che «il Prefetto di Roma ha precisato che tra la notifica del decreto di espulsione (29 maggio) e l’esecuzione (31 maggio) la signora Shalabayeva non ha mai fornito le sue esatte generalità, continuando a dichiarare di chiamarsi Alma Ayan e di godere dello status diplomatico della Repubblica del Centro Africa, circostanza ribadita dai suoi legali anche nell’udienza di convalida davanti al giudice di pace il 31 maggio. La sua esatta identificazione è divenuta possibile solo grazie a una nota verbale dell’ambasciata del Kazakistan del 30 maggio, in cui si dava conto del rilascio alla signora di un passaporto kazako, dalla medesima mai dichiarato né esibito».

Le date Si va chiaramente oltre perché, le date, in questa storia, sono importanti: «Solo l’11 luglio, all’atto della notifica del ricorso contro il decreto di espulsione si apprendeva dell’esistenza di titoli di soggiorno rilasciati ad Alma Shalabayeva dalle autorità britanniche e lettoni, atteso che tra gli allegati figuravano anche copie dei titoli di soggiorno recapitate con fax il 3 giugno 2013 ai legali italiani da un notaio di Ginevra che ne certificava anche l’autenticità. Il 12 luglio 2013 il Prefetto di Roma, preso atto dell’avvenuta produzione dei titoli di soggiorno nel territorio nazionale, disponeva in autotutela la revoca del provvedimento di espulsione». Prima, dunque, secondo quanto riferisce il Vimnale, non esistevano dunque tracce di possibili persecuzioni politiche in patria.

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