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giovedì 27 gennaio - Aggiornato alle 06:09

‘Giustizia per Aldo Bianzino morto in carcere’. Perugia, il figlio chiede di riaprire il caso

La consulenza medica: ‘Lesioni al fegato non provocate dalla manovra di rianimazione ma risalgono a due ore prima del decesso’

Aldo Bianzino e il figlio

di Enzo Beretta

«Importantissime analisi e rivelazioni medico legali che mettono a dir poco in discussione la verità processuale emersa sino ad oggi riguardo le cause della morte di mio padre» sono alla base della richiesta di riapertura del processo sulla morte di Aldo Bianzino deceduto nel carcere di Perugia nell’ottobre 2007. Lo scrive il figlio Rudra in un post su Facebook. «I miei legali – anticipa – stanno lavorando alla richiesta di riapertura del procedimento per omicidio volontario a carico di ignoti».

«Verità e giustizia» Chiede «verità e giustizia» Rudra Bianzino che quando vennero arrestati i suoi genitori trovati in possesso a Pietralunga di alcune piante di marijuana aveva solo 14 anni. Fino a questo momento le indagini hanno individuato in una emorragia cerebrale la causa del decesso del falegname di 44 anni imputando le lesioni interne riscontrate durante l’autopsia alle manovre rianimatorie.

I nuovi esami Contro questa versione, però, si è sempre battuta la famiglia che ha incassato l’archiviazione nel fascicolo principale di omicidio, datata 2009, prendendo atto della condanna inflitta all’agente penitenziario Gianluca Cantoro accusato di omissione di atti d’ufficio. Stando alle recenti risultanze medico legali commissionate dagli avvocati Cinzia Corbelli e Massimo Zaganelli, autorizzate dal giudice Carla Giangamboni, le lesioni al fegato e quelle cerebrali sono «sovrapponibili». «In un eventuale processo a carico di soggetti accusati di aver percosso Bianzino fino a provocarne la morte – si legge nell’istanza dei penalisti – l’approfondimento di indagine medico legale sollecitato assumerebbe rilievo decisivo e fondamentale».

«Sovrapponibili» Nella relazione dell’anatomopatologo di parte Luigi Gaetti è scritto che «le lesioni cellulari e strutturali epatiche hanno tutte le caratteristiche di vitalità e per evoluzione temporale sono sovrapponibili a quelle cerebrali». L’esperto è dunque giunto alla conclusione che le lesioni al fegato sono anteriori di un paio d’ore rispetto al decesso: «Tutte queste lesioni sono vitali e se confrontate con quello del lavoro sperimentale appare evidente che il tempo di sopravvivenza delle cellule per poter manifestare le alterazioni morfologiche (ben evidenti nei vetrini) è certamente superiore alle due ore». Lasciando dedurre, con ciò, che le lesioni al fegato non sarebbero state provocate dalle energiche manovre rianimatorie praticate sul corpo esile dell’arrestato. L’istanza è stata depositata negli uffici della Procura della Repubblica di Perugia: il magistrato, dopo aver letto la relazione, valuterà se chiedere o meno al gip la riapertura delle indagini.

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