lunedì 18 febbraio - Aggiornato alle 03:27

Gesenu, il nodo del disastro ambientale: ‘Inquinamento e terremoto nella discarica’

Il geologo al magistrato: «Pietramelina è in zona sismica 2». Il pm: «Situazione grave, in corso accertamenti su stabilità». Bagarre in Comune: «Via Barelli»

Il Corpo Forestale impegnato nell'inchiesta sui rifiuti

di Enzo Beretta

Sono in corso «complessi accertamenti» da parte della Procura della Repubblica di Perugia per «accertare il grado di stabilità della discarica di Pietramelina e l’entità dell’inquinamento» al fine di «verificare la sussistenza della più grave ipotesi di disastro ambientale». E’ l’ultimo atto della richiesta di applicazione di misure cautelari firmata dal sostituto procuratore Valentina Manuali della Dda impegnata a ricostruire il presunto traffico illecito di rifiuti emerso in Umbria. L’inchiesta «Spazzatura d’oro» della finanza e della forestale che ha portato agli arresti domiciliari Giuseppe Sassaroli, «promotore e organizzatore» della presunta associazione per delinquere, ha già cristallizzato un’accusa contro il direttore tecnico di Gesenu (difeso dall’avvocato David Brunelli), Roberto Damiano (coordinatore impianti Ponte Rio e Pietramelina) e Silvio Marano (addetto all’impianto di trattamento del percolato di Pietramelina), ritenuti responsabili di aver «compromesso il bosco all’esterno dell’impianto della discarica di Pietramelina, versante est, con conseguente disseccamento della vegetazione arborea e arbustiva rilevata tramite la presenza nel terreno di percolato fuoriuscito dalla discarica». Negli atti si parla anche della «compromissione delle acque del torrente Mussino, rappresentato dall’impoverimento delle forme di vita presenti nel tratto a valle della discarica», ma a quell’ipotesi di reato «accertata ad ottobre 2015» potrebbero aggiungersene altre. «Particolarmente grave – scrive il magistrato – si presenta la situazione della discarica di Pietramelina, con gravi problemi di stabilità, ubicata in zona ad elevato rischio sismico».

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La consulenza tecnica Nelle 659 pagine viene allegata la consulenza di un geologo: «La prima considerazione doverosa da fare è che la discarica di Pietramelina incombe sulla valle del torrente Mussino estendendosi per oltre 400 metri lungo il versante con un dislivello tra sommità discarica e sommità dell’argine di valle di oltre 150 metri, pendenza 20°, in zona sismica 2, con pericolosità immediatamente inferiore a quella massima, quindi in un’area nella quale possono verificarsi forti terremoti. Nell’argine di valle che ‘regge’ la discarica alla base – è spiegato – i piezometri e gli inclinometri installati nel 1996 non sono più utilizzabili in quanto deformati. Le verifiche di stabilità del pendio effettuate nel 2005 indicano un coefficiente di sicurezza minimo appena sufficiente sulla base delle norme vigenti dell’epoca». Il 4 luglio, dunque prima delle scosse di ottobre in Umbria, il pm conclude che «la situazione deve ritenersi aggravata essendo passati oltre 10 anni e che non vi sia più il coefficiente di sicurezza». Insiste l’esperto: «Considerato che la discarica è destinata a permanere sul territorio per lunghissimo tempo è elevato il rischio per l’ambiente, perciò si ritiene indispensabile accertare la stabilità globale». Ancora: «L’opera non può essere considerata come un ‘pendio naturale’ e la verifica di stabilità deve essere eseguita in fase statica (in assenza di eventi sismici) e dinamica (durante i terremoti). Deve essere definita la geometria delle possibili superfici di rottura e scivolamento in modo da individuare quella per la quale il rapporto tra le resistenze che contrastano lo scivolamento e le azioni che favoriscono lo stesso è minimo. La resistenza complessive deve essere maggiore dell’azione che favorisce lo scivolamento. Le verifiche di stabilità eseguite per l’argine in fase dinamica indicano un deficit delle resistenze mentre per quanto concerne la stabilità globale dell’opera il fattore di sicurezza è molto vicino al limite minimo: in altri termini le resistenze disponibili sono appena sufficienti a contrastare lo scivolamento lungo le superfici di rottura ipotizzate, nel caso di un terremoto di intensità pari a quella massima prevista per il sito. In questa situazione l’impiego di parametri geotecnici anche solo leggermente più sfavorevoli di quelli utilizzati, porta a un deficit di resistenza. L’eventuale rottura di una parte dell’argine potrebbe innescare una situazione di deficit di resistenza e instabilità per tutta l’opera. In base alle Ntc 2008 per quanto concerne il grado di sicurezza ritenuto ‘accettabile’ questo deve tenere conto anche delle conseguenze di uno scivolamento che in questo caso potrebbe interessare direttamente la valle del torrente Mussino, ad esempio con conseguente sbarramento del corso d’acqua per effetto dei materiali franati a valle». Dunque, secondo la relazione di Marco Giada, «considerata la particolare collocazione delle discariche di Pietramelina e Borgogiglone la verifica di stabilità assume grande importanza per le conseguenze che una eventuale frana provocherebbe su terreni e acque. I rifiuti e l’argine di contenimento a valle possono presentare deficit di stabilità». I consulenti del pm – è scritto nell’ordinanza del gip Alberto Avenoso – hanno ipotizzato che «la situazione non si limiti alla mera potenziale compromissione/deterioramento ma possa, con la necessaria prosecuzione delle verifiche, palesarsi come una possibile alterazione irreversibile, ovvero necessiti di interventi particolarmente onerosi e solo a seguito di provvedimenti eccezionali». Per una quantificazione dei danni «al soprassuolo forestale occorrerà però attendere l’imminente ripresa vegetativa, con valutazioni da parte di una figura professionale con idonee competenze scientifiche».

FOTOGALLERY: ‘SPAZZATURA D’ORO’, LE IMMAGINI DELLA DISCARICA

«Un programma di delinquenza» Il pubblico ministero racconta «l’esistenza di un’ampia, stabile e duratura struttura organizzativa predisposta per l’esecuzione del programma di delinquenza». «Dalle conversazioni intercettate e dalle indagini condotte dalla polizia giudiziaria – viene ricostruito – emerge una stabile divisione di ruoli di compiti, al fine di organizzare una intensa attività illecita di lucro finalizzata alla commissione dei reati di traffico di rifiuti, falso in registri è in atto pubblico, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture, gestione illecita di rifiuti, inquinamento ambientale, comunque attività illecite necessarie a consentire il conseguimento di profitti ingiusti da parte della Gesenu, della Gest e della Tsa nel settore della gestione dei rifiuti solidi urbani prodotti dai comuni insistenti all’interno della regione Umbria». In Procura sono convinti che «nel corso degli anni si è saldato un sodalizio criminale divenuto un sistema tipizzato che ha permesso, di fatto, di monopolizzare il mercato della gestione globale dei rifiuti dal produttore (sia il singolo utente attraverso la rete dei bacini d’ambito Ati2 in particolare e sia l’artigiano/impresario) al recuperatore».

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Il deus ex machina «Il ruolo centrale di questa vicenda – spiega il magistrato antimafia – non è svolto da una carica amministrativa al vertice di una società di capitale, come può essere un legale rappresentante, un amministratore delegato e/o un presidente di Cda, bensì da una figura prettamente tecnica e quindi un professionista che non può avvalorare scusanti di non conoscenza della materia ambientale e imprenditoriale di settore. Il deus ex machina dell’organizzazione delinquenziale è l’ingegner Sassaroli il quale ha ricoperto numerose cariche tecniche in varie società e ha assunto negli ultimi vent’anni l’effettiva direzione tecnica, amministrativa e gestionale di tutte quelle società che ruotano attorno a Gesenu, creando attorno a sé il sodalizio criminale». «Dalle conversazioni telefoniche e ambientale, dalla documentazione informatica e cartacea acquisita e sequestrata, sono avvalorate le ipotesi del reato associativo emerse soprattutto in prossimità di controlli della polizia giudiziaria e nel contesto dell’intervento disposto nell’ottobre 2015. Ecco, in questo caso vi è la chiara dimostrazione che la struttura criminale funziona ed è proprio l’unione degli associati che accondiscende le esigenze, anche di inquinamento probatorio, gestionale ed organizzative del promotore di tutto il gruppo».

La gestione delle risorse finanziarie In più «la gestione delle risorse finanziarie» di Gesenu ha «agevolato la gestione illecita dei rifiuti alimentando il proliferare delle condotte penalmente rilevanti come ad esempio in relazione alle commesse date al laboratorio compiacente di Erica Srl, piuttosto che mantenere un rapporto contrattuale con il laboratorio Seit che garantiva legalità e trasparenza nella gestione analitica di settore». Le attività illecite ricostruite attraverso le investigazioni – viene detto – si sono svolte in maniera continuata in un arco temporale compreso tra il 2010 e il 2015» e «tale traffico illecito ha determinato serie problematiche per la tenuta delle discariche e danni ambientali».

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