L'ex patron del Perugia Leonardo Covarelli

di Daniele Bovi

«Non vuole essere più il progetto del ‘Grande Curi’ sognato da Gaucci e propugnato poi da Silvestrini. Ma si tratta di un’idea ex novo. Lo stadio Curi subirà un profondo lifting che riguarderà gli spogliatoi, la sala stampa, la tribuna vip, gli ambulatori e gli altri servizi che verranno spostati nella zona ovest sotto la tribuna, la cui copertura verrà completamente rifatta. Ogni settore avrà, inoltre, uno spazio riservato ai diversamente abili». Era il 2 luglio del 2009 quando Roberto Regni, ingegnere del Comune di Perugia, presentava così alcuni dettagli del progetto di cittadella dello sport che sarebbe dovuta sorgere a Pian di Massiano. Una maxi-opera di riqualificazione e valorizzazione del Renato Curi e di tutta l’area circostante. Undici mesi esatti dopo, invece, il tribunale di Perugia metteva il timbro sul secondo fallimento in cinque anni della società calcistica più importante dell’Umbria.

Il secondo interrogatorio Ed è proprio nella mancata realizzazione di quel progetto che Leonardo Covarelli vede la causa scatenante del fallimento della scorsa estate. L’ex patron del Perugia calcio infatti questa mattina si è recato negli uffici della procura della Repubblica di Perugia per rispondere alle domande del pm Giuseppe Petrazzini a proposito del fallimento della squadra di calcio. Quella di oggi era la seconda parte dell’interrogatorio dopo quella del 9 dicembre scorso che si è concentrata invece sulla Mas, la società immobiliare di Covarelli, che deteneva il 100% delle azioni del Perugia, anch’essa dichiarata fallita con la sentenza del giudice Rana di quest’estate.

Ragioni inspiegabili Secondo la versione fornita questa mattina da Leonardo Covarelli sono state «ragioni inspiegabili» a bloccare quel progetto prima avviato e poi interrotto. Progetto che, se realizzato, secondo il patron avrebbe potuto garantire alle casse esangui del Perugia «grandi utili». Nel febbraio scorso, in una delle sue ormai leggendarie telefonate fiume ad Umbria tv durante la trasmissione sportiva più seguita dell’Umbria, «Fuoricampo», Covarelli aveva sostenuto che «non è vero che la realizzazione del progetto è legata al raggiungimento della Serie B: questa è un’altra cazzata dei nostri amministratori». «Il perugino non va bene – disse ancora -, il romano non va bene, chi ti porta in Coppa Uefa come Luciano Gaucci neanche. Mi dicano loro allora chi va bene. Quando presentammo il progetto della cittadella dello sport c’erano tutti: Maurizio Oliviero dell’Adisu, il rettore dell’Università di Perugia Francesco Bistoni, i rappresentanti dell’amministrazione. Ora invece sono spariti tutti».

La linea verde Nelle intenzioni di Covarelli, come riferito questa mattina al pm Petrazzini, c’era la volontà di realizzare quel progetto e ripartire poi con una nuova squadra all’insegna della linea verde. Nella rosa infatti, come spiegato oggi, c’erano giocatori di grande valore (Benassi e Bondi su tutti) e altri con ingaggi assai elevati. Forse sproporzionati vista la categoria. La strategia allora sarebbe stata quella di vendere i gioielli di famiglia, sfoltire gli ingaggi e ripartire con una squadra di giovani. Il tutto allo scopo di rimettere in sesto i bilanci della società. Non essendo andata in porto l’operazione però, la società secondo Covarelli non ha avuto i mezzi sufficienti per superare le grandi difficoltà economiche.

Il naufragio Sul progetto della cittadella la giunta comunale si espresse dando un primo parere positivo di massima. Da lì però a passare al piano economico-finaziario di acqua ce ne correva e le vicissitudini societarie che rapidamente si sono susseguite nel corso dei mesi contribuirono a far naufragare il rapporto tra Covarelli e Palazzo dei Priori.

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