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giovedì 19 maggio - Aggiornato alle 06:46

Carabiniere ucciso, reticenze nel confessare le minacce di Armeni. Il pm: «Sconcertante di fronte ad un morto»

Armeni durante i funerali di Lucentini

di Francesca Marruco

Non è stato affatto semplice far emergere che Emanuele Armeni aveva minacciato altri colleghi con le armi in caserma, prima di uccidere Emanuele Lucentini. «Ciò che emerge – scrivono i magistrati nella richiesta di misura cautelare – è a dir poco sconcertante. Nonostante sia morto un collega la principale preoccupazione è quella di non essere coinvolti nella vicenda, di non essere i primi e i soli a dire la verità».

Le minacce con le armi I carabinieri vittime delle minacce «sconsiderate» che Armeni ha fatto loro con le armi, non volevano parlare, e neanche quelli che le avevano viste. Uno di loro, intercettato disse: «lì tutti sapevano», e ancora «io me devo andà a prende la briga di tutti quanti.. l’ultima ruota del carro.. io da solo non dico niente». E un altro dice«io non sento , non vedo, non vojo sapè niente». Alla fine poi quelle minacce in qualche modo emergono e diventano parte integrante della richiesta di misura cautelare perché viste quelle condotte tenute da Armeni in passato, i magistrati sostengono che «consentire che rimanga ancora in libertà significa mettere in serio pericolo tutti coloro che con lui interagiscono».

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Altre vittime? Ma per la procura di Spoleto, la partita dei non detti dai militari della caserma di Foligno non finisce qui, e lo mette nero su bianco affermando che «il sospetto che quanto rappresentato al pubblico ministero costituisca solo la parziale rappresentazione di una verità che molto probabilmente, quando verrà disvelata, vedrà emergere scenari ben più ampi e allarmanti ( se possibile)di quelli già delineati è più che fondato».

Un casino delle madonne E certamente viene da chiedersi di cosa fossero a conoscenza. Un altro militare intercettato dice: «Stanno a fa un casino… abbiamo fatto un casino delle madonne.. siamo partiti con il piede sbagliato noi capito, ma noo non serviva a un cazzo tutto quello che è stato fatto.. ci vogliono anni prima di recuperare i rapporti con la procura». E ancora «Se noi partivamo subito con le cose come stavano, avevamo già finito, invece abbiamo fatto i fenomeni e dopo ce la mettono in culo, è normale».

Indagini Se queste frasi enigmatiche e la reticenza a confessare di aver subito delle minacce nascondano qualcosa di diverso in questa storia ancora tanto, troppo misteriosa, lo scopriranno le indagini della procura di Spoleto che certamente non si sono fermate, perché ancora c’è da trovare il movente di un delitto tanto strano. E chissà che nel movente non ci siano anche altre spiegazioni.

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