Così la «Roma de core» di Mannarino fa esplodere il Bar della Rabbia del Frontone
di M.Alessia Manti
Diciamolo subito, Alessandro Mannarino ha i baffi e la carnagione scura, basta questo perché stia simpatico. Ha i baffi come mio padre e la carnagione scura come chi viene da quei posti dove c’è il sole per gran parte dell’anno. E’ stato accostato a Vinicio Capossela, Fred Buscaglione, Gabriella Ferri, Rino Gaetano. Ma se è vero com’è vero – e pure normale – che tutto ormai rimanda ad altro e che nel dare un giudizio parte in automatico la sempre comoda regola della similitudine e delle derivazioni, viene ancora più spontaneo infrangerla. Soprattutto quando di suggestioni ce ne sono tante e l’abbondanza comprende nomi di non poco spessore e gusto.
I giardini del Frontone così pieni di gente non si vedevano da un po’. Mannarino è arrivato sul palco del PG City Festival con la sua band di otto elementi, la sua chitarra e l’immancabile cappello da malandrino di borgata. Si è portato dietro la sua romanità. E’ un romano de Roma questo ragazzo di trentadue anni che abbiamo visto spesso nel salotto della Dandini. Ma non la Roma patinata che abita i cataloghi in cui vengono promesse meraviglie. Bensì quella fuori dagli schermi, un po’ pasoliniana, un po’ felliniana. Quella degli stornelli, delle strade che gli ammmericani non toccano, da Casilina alla stazione Termini.
Il suo repertorio si è arricchito dei pezzi di Super Santos, uscito da qualche mese e fratello del disco d’esordio Il Bar della rabbia (2009) con cui sì è imposto all’attenzione della critica e di una buona fetta di pubblico italiano. E’ un cantastorie dalla voce graffiata che elargisce sorrisi e che mette su rime baciate in romanesco. Al Frontone apre con Rumba Magica. L’atmosfera è subito quella da festa di piazza. Musica che sa di tarallucci e vino, di gonne svolazzanti e tarantole. Che fa ballare ma che lancia input di riflessione. Soprattutto quando propone i pezzi del primo disco, molto più “di pancia” rispetto al suo successore. Osso di Seppia, Marylou, Statte zitta, Me so’ mbriacato, L’onorevole, Bar della Rabbia: nel mondo di Mannarino vecchi e ubriaconi s’incrociano con prostitute scappate da padri-padroni, poveri cristi e bastardi risorti; marinai e onorevoli con amanti negate o avute per una vita o solo per un’ora; Giuda e Maddalena che diventano una coppia, amori nati, esplosi, perduti, fiumi di vino e la Chiesa delle invettive. E sono tante le stoccate indirizzate alla Chiesa, alcune sottili da cogliere altre molto dirette.
A impreziosire i brani in scaletta, oltre alla varietà di fiati, percussioni e fisarmoniche ci sono le due splendide voci di Claudia Angelucci e Simona Sciacca. Lo spettacolo sprigiona energia genuina e la piccola statura dello stornellante col raspo è inversamente proporzionale alla capacità che ha di stare sul palco e di gestire la bacchetta magica dell’incantesimo che è un concerto così de’ core. Non a caso è in un Elisir d’amor che la serata si chiude tra pozioni etiliche offerte al pubblico e… daje Alessà .






Pingback: Dopo la data perugina di giugno Mannarino torna in Umbria: appuntamento il 21 a Montefalco | Umbria24.it